Intervista a Emanuele Mengotti

outlookemoji-1484726707311_emanuele

Ho avuto modo di scambiare due parole con il giovane regista veneziano trapiantato in America Emanuele Mengotti, autore del thriller “The Plauge Doctor”, il cui ha teaser ha ricevuto l’American Movie Awards per il miglior trailer e per il quale è stata aperta una campagna di crowdfunding.

Abbiamo avuto modo di parlare del film, ma anche di cinema, arte e passione.

 

Ciao Emanuele, vorresti presentarti ai nostri lettori? Chi sei? Da dove vieni?

Sono un regista che è nato e cresciuto a Venezia, precisamente a Lido di Venezia, e che ormai da quasi 6 anni vive negli Stati Uniti a Los Angeles. Sono un grande amante dei maestri Kubrick, Leone, Refn, Wong Kar Wai. Adoro quei film in cui l’atmosfera è così forte e coinvolgente da farti dimenticare di essere davanti ad uno schermo. Ho deciso di trasferirmi a Los Angeles per stare a stretto contatto con l’industria cinematografica e per imparare il più possibile le dinamiche che la regolano. Da alcuni mesi ho deciso di trasferirmi ad Hollywood assieme alla mia ragazza Sybilla Odenheimer. Nonostante viva a due passi dalla “Walk of fame”, preferisco frequentare zone meno turistiche, nelle quali si può trovare la vera Los Angeles, quella che siamo abituati a conoscere dalle pellicole di Lynch e Wim Wenders. Los Angeles è una città ricca di spunti, ma appena ho l’occasione prendo la mia Alfa duetto e raggiungo i deserti Californiani e le grandi distese abbandonate: quella è la mia vera casa!

Da dove nasce la passione per il cinema e il desiderio di intraprendere questa carriera artistica? E qual è stato il tuo percorso di formazione?

Sono sempre stato uno che si annoia facilmente e che, per questo motivo, ha bisogno di evadere dalla realtà. Dalla noia nasce la necessità di creare qualcosa di diverso, qualcosa che mi potesse intrattenere.

La molla che mi ha portato ad essere un regista è data dal voler condividere anche con gli altri questo mondo alternativo: da qui ho capito che gli altri non erano altro che il mio pubblico ed io ero il loro regista.

Il mio percorso di formazione non è stato lineare, poichè non ho mai studiato realmente cinema, è stato, piuttosto, un insieme di coincidenze e di incontri, e questi mi hanno aiutato ad intraprendere questo cammino. Sono sempre stato aperto a nuove esperienze e collaborazioni, dalle quali ho cercato di assimilare il più possibile. Resto comunque dell’idea che il cinema, come tutte le arti in generale, debba partire dalle fondamenta, ma poi debba essere anche in grado di dimenticarsene, per poter spaziare ed essere libero di creare senza avere limiti.

 

Parliamo del tuo nuovo ambizioso progetto “The Plague Doctor”, un thriller psicologico ambientato a Venezia. Da dove nasce l’ispirazione per questo progetto e cosa dobbiamo aspettarci?

“The Plague Doctor” è un progetto a me molto caro: sono diversi anni che ci sto lavorando e sta crescendo con me. L’ispirazione viene dal fatto che scrivere e creare un film ambientato nella laguna veneziana risulti il modo per sentirmi sempre a Venezia e a casa. La mia non è altro che una lettera d’amore a questa città, una città che purtroppo, col passare degli anni, sta perdendo la sua identità e la sua vivibilità. La mia Venezia resta però un posto onirico, lontano dagli scorci da cartolina, un luogo surreale, simile alla Venezia di Fellini in Casanova. Il mio sogno più grande è arrivare a curare nel dettaglio ogni singolo aspetto di questo film, riuscendo a creare, in questo modo, un prodotto talmente unico da poter essere riconosciuto per il suo stile e le sue atmosfere.

 

Parlando di thriller psicologici ambientati a Venezia, non si può non pensare, ad esempio, al capolavoro di Nicolas Roeg “Don’t Look Now”. Quali sono gli autori o i film da cui ti senti più ispirato nella realizzazione di quest’opera?

Amo veramente questo film e lo considero una gemma nel suo genere. Il suo stile e le sue atmosfere riescono a trasportarti nella Venezia che mi affascina, una Venezia misteriosa ed autunnale, fatta di nebbie e freddi pungenti. Il suo stile fotografico anni Settanta, inoltre, riesce a portarti in una Venezia ancora più suggestiva ed evocativa. “Don’t Look Now”, però, non è l’unico film che mi ha ispirato nella creazione di “The Plague Doctor”: ci sono, infatti, diversi e svariati titoli che hanno dato corpo alla visione che vorrei trasportare su pellicola, come, ad esempio, “Il gabinetto del Dottor Caligari”, uno dei primi, se non il primo thriller psicologico della storia del cinema, ma anche i più moderni “The others” e “il Cigno nero” di Aronofsky. E’ d’obbligo citare anche il maestro Kubrick, che è riuscito ad utilizzare le maschere veneziane in un modo unico ed irraggiungibile.

 

Per poter finanziare il progetto stai ricorrendo al crowdfunding, un metodo che sta avendo molto successo ultimamente, soprattutto per finanziare progetti di tipo artistico. Cosa pensi di questo tipo di finanziamento? Ritieni possa essere una spinta positiva alla creazione di opere d’arte?

 

Credo che il crowdfunding sia una grandissima occasione per superare alcuni degli ostacoli della produzione. Molto spesso ed erroneamente ci si ferma solamente sulla parte economica di questo meccanismo dimenticandoci del “crowd” la folla o meglio, gli spettatori. Sono infatti loro la vera risorsa che ti resta da questo processo. Con una campagna di crowdfunding ben strutturata avrai una grande esposizione mediatica che ti avvicinerà al tuo pubblico e lo farà innamorare del progetto. Molti registi emergenti hanno iniziato la loro carriera con una campagna di crowdfunding che ha garantito loro di essere notati da produttori i quali hanno poi realizzato i loro film, basti pensare alla regista Ana Lily Amirpour che ha iniziato la sua carriera con il film “A girl walks home alone at night” e che ha vinto il premio della giuria all’ultimo festival di Venezia con the Bad batch.

 

Gli anni 2000 sembrerebbero essere molto floridi per il cinema italiano, soprattutto per la qualità delle produzioni. Come ti rapporti con l’attuale produzione cinematografica italiana e come immagini il futuro cinematografico italiano?

 

Devo ammettere che, vivendo negli Stati Uniti, per me è stato più difficile capire il cambiamento che si sta verificando nel cinema italiano. Non sono molti i film che riescono ad arrivare oltreoceano, ma ho notato comunque un’inversione di rotta e credo che questo sia dovuto al fatto che gli autori italiani abbiano capito quali sono gli ostacoli produttivi che gli si paravano davanti e, invece di cercare di superarli, hanno deciso di aggirarli, trovando altre vie più creative. Molto spesso è grazie alle limitazioni che l’arte riesce a fiorire in modo ancor più rigoglioso. Spero che il futuro del cinema italiano possa riservarci una ancor maggiore varietà di generi e di produzioni e che continui a valorizzare i giovani attori e registi.

Domandona: cosa cerchi di esprimere con la tua arte e qual è, se c’è, la missione dell’arte e del cinema?

 

Credo sia un errore cercare di esprimere o trasmettere qualcosa con l’arte: creare è un impulso che nasce senza un reale obiettivo. Il significato che poi un’opera d’arte assume è sempre legato alla relazione tra l’autore e lo spettatore. Le missioni dell’arte stessa possono essere tutte e nessuna, può infatti servire per istruire, per provocare, ma anche per riempire un momento di silenzio o di solitudine. L’arte ha il potere di farci elevare dalla banalità quotidiana verso qualcosa di eterno. Alcuni anni fa, vidi un film di Kitano intitolato “Achille e la tartaruga”, che raccontava, attraverso il paradosso di Zenone, l’ineffabilità dell’arte, la quale, nonostante gli sforzi dell’artista, riesce a farsi trovare sempre e comunque qualche centimetro più avanti rispetto al suo creatore stesso!

 

Da regista emergente e indipendente quale sei, è obbligatorio chiederti qualche consiglio per i giovani aspiranti registi italiani su come affrontare al meglio questo percorso.

 

Essere artisti significa anche crearsi la propria carriera su misura. Non esiste un consiglio in particolare che potrei dare, se non quello di tenere duro, di credere nel vostro sogno, ma, allo stesso tempo, di essere molto critici nei vostri confronti, poichè, se le cose non stanno funzionando, forse bisogna cambiare qualcosa. “La via che porta alla creazione è fatta anche di distruzione”, come cantavano i Red Hot Chili Peppers in Californication, quindi tenetevi pronti a mettervi in discussione e ad avere la forza per ripartire e ricostruire qualcosa di nuovo.

Intervista di Marco Andreotti

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...