Tranquility Base Hotel & Casino – Arctic Monkeys

Dopo cinque lunghi anni di attesa esce finalmente Tranquility Base Hotel & Casino, sesta fatica discografica degli Arctic Monkeys (dopo il grandioso successo del precedente AM), composto interamente da Alex Turner su pianoforte Steinway Vertegrand, strumento di inizio novecento regalatogli dal manager per i suoi trent’anni. Sì, associare pianoforte e Arctic Monkeys sembra un controsenso, ma nella nuova direzione artistica intrapresa dal gruppo si riflettono pienamente le sonorità vintage, crooner in stile teatrale a cui lo strumento è legato, e una colonna sonora di un film ambientato negli anni venti.

Le chitarre elettriche accompagnano solamente l’arrangiamento ed il canto recitativo di Turner, già nelle prime parole di Star Treatment in apertura del disco “I just wanted to be one of the Strokes , now look at the mess you’ve  made me made”, sembra un deciso calcio in faccia al loro passato da indie-rockers. Accantonati anche i dilemmi adolescenziali, tra una ragazza e l’altra, l’età matura porta il nuovo linguaggio musicale ad allinearsi perfettamente al mondo visionario creato dal gruppo, un mondo in cui si alternano scenari terreni a mondi distopici, a tratti fantascientifici, con tanto di critica continua a dispositivi, tecnologia e agli aspetti contemporanei della Hollywood americana, American Sports, stile di vita a cui ormai sono abituati. Dal film Blade Runner al libro Infinite Jest di David Foster Wallace, i riferimenti letterari sono molteplici, e gli altri componenti del gruppo danno un contributo marginale ma essenziale a completare un linguaggio sonoro dal sapore antico, senza cadere nell’utilizzo di sperimentazioni. Si percepisce un’efficace completezza da un brano all’altro: Tranquility Base Hotel & casino è un’armonia di riverberi e clavicembali su cui Alex sussurra a malapena.

She looks like fun segna un ritorno al passato: sembra di essere sopra le montagne russe, staccati dal mondo finora descritto ma tutto dura solo per corsa, appunto. Ultracheese è la ballata perfetta per chiudere, invece, il disco denso di riferimenti, un Bowie nei ritornelli, un Nick Cave quando sussurra, si agita, sale in falsetto e si distende recitando ogni singola parola dei brani. Al centro della scena c’è sempre lui col suo pianoforte, la chitarra di Jamie Cook riempie il suono, assieme al grande utilizzo di violini, organi e altri strumenti acustici, che in un periodo storico caratterizzato dall’enorme utilizzo di musica elettronica sembrano veramente arrivare da un pianeta immaginario. I launch my fragrance called Integrity, I sell the fact that I can’t be bought., si presenta, invece, come la descrizione perfetta di un mondo globalizzato, a stretto contatto con i social network come il nostro. Attenzione, l’album non è un atto di protesta, non giudica, ma descrive perfettamente la società contemporanea in tutte le sue utopiche contraddizioni, dal consumismo, ai mass media fino al sogno, forse non troppo lontano, di aprire una taqueria sulla luna.

Roberto Vezzoli 

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