Proprio nei giorni in cui il Catcalling è diventato discorso di dominio e d’opinione pubblica -a proposito di cui, indipendentemente da quale sia stata la causa scatenante, la discussione è sempre cosa buona e giusta – Taglio Lungo, la rassegna dei migliori film LGBTQ del 2020, si è aperta con il film diretto dalla regista Caru Alves de Souza, Meu nome é Bagdá.

Direttamente dalla Berlinale 2020 e poi approdato al Gender Bender dello stesso anno, il film fa parte della selezione di otto che verranno proposti su MyMovies.it fino al 4 aprile 2021.

Bagdá ha diciassette anni. Vive in un quartiere di San Paolo insieme alle due sorelle e a sua madre. Trascorre la maggior parte del tempo con un gruppo di skater di cui fa parte, interamente composto da ragazzi. La sua vita è colma di episodi di ingiustizia e violenza scatenati dall’atteggiamento machista delle persone di cui è circondata, che si contrappongono ai tanti esempi positivi in ambito familiare. La sua visione e le sue giornate cambieranno quando farà amicizia con un gruppo di ragazze skater che le daranno la forza di ribellarsi a molti schemi da cui non è mai uscita.

È un riflesso di quello che fate tutti i giorni. 

Una riflessione sulla società vista da una pista da skate brasiliana. Lo strumento di unione dovrebbe essere la passione verso lo sport, ma allo stesso tempo questo rende la situazione profondamente divisiva tra uomini e donne (intesi come concetti biologici, sia chiaro). Bagdá sembra essere l’anello di congiunzione tra i due gruppi, fino a quando il suo essere amica, alleata e skater verrà sovrastato dal suo essere semplicemente espressione di un corpo femminile.

La protagonista reagisce agli episodi di violenza quasi con passività. I suoi tentativi di far riuscire e risuonare la sua posizione e i suoi diritti rimangono vani. Il gruppo di amiche che si verrà a creare avrà la funzione di fare comunità, rete, alleanza.

Con atteggiamento talvolta documentaristico, si descrive una società esterna maschilista, in cui la violenza di genere tende ad essere nel terreno di controllo prettamente maschile per il risanamento di una dinamica di potere, talvolta anche inconsapevole. Si inizia dalle battute, si continua con una violenza esterna dalla nostra cerchia, fino ad arrivare a quella dalle persone che ci circondano.

La pellicola punta ad attraversare questa tematica, confrontandosi con una persona alla fine del suo percorso adolescenziale, all’inizio dell’età adulta e alle porte del confronto con il mondo. Gli episodi di rabbia vengono trattati in una maniera raffinata, tramutandoli in coreografie di danza e innescando il sorriso, come a anche sdrammatizzare una situazione non troppo lontana dagli occhi del pubblico. Il focus sulla parola come inizio di quella che poi diverrà una violenza e un monito, quello di fare attenzione e ciò che si ascolta e ciò che si dice e si fa.

Opera di sensibilizzazione tramutata in una scorrevole fisione di una fiction ben riuscita.

Sarah Corsi