Siamo agli albori del nuovo secolo e il grande Eduardo Scarpetta è giunto nel pieno della sua carriera teatrale; al Teatro Mercadante si continua a replicare il successo “Miseria e Nobiltà”, scritto appositamente per il figlio Vincenzino nel lontano 1888. Alla florida e redditizia vita teatrale, si oppone quella familiare, travagliata e divisa fra mogli, figli e amanti del capocomico napoletano. Vincenzo, ormai adulto, vive un rapporto conflittuale con un padre che ogni giorno di più rimanda l’esordio del figlio nei panni del suo più celebre personaggio, Felice Sciosciammocca.

Passano gli anni, e si arriva a uno snodo fondamentale della vita di Scarpetta, la disputa e il processo con D’Annunzio per i diritti de “La figlia di Iorio”. Una causa, intentata a tradimento ai danni di Eduardo, che coinvolge di lì a poco, schierate su due fronti, tra le più importanti menti partenopee dell’epoca: a difesa di Eduardo, Benedetto Croce, mentre all’accusa a parteggiare per il Vate, Salvatore di Giacomo. Lo scontro si sarebbe consumato a colpi di arringhe zeppe di preziosismi oratori, «con le armi della scienza e dell’intelligenza» [1].

“Qui rido io” trabocca di potenziale: c’è una figura capitale del teatro italiano, un patriarca ottocentesco, istrionico e ingenuo, i suoi drammi familiari da povero imborghesito, il fermento della Napoli – e dell’Italia – di inizio Novecento. Oltretutto, tante sono le sequenze che testimoniano la profusione di energie spese da Martone e dai suoi collaboratori nello studio attento delle fonti, teatrali e non solo, per ottenere una ricostruzione storica quanto più possibile fedele alla vita e alle memorie di Eduardo Scarpetta. Una su tutte, e a nostro avviso l’unica veramente riuscita, la scena del Pulcinella steso nella bara ed esposto sul palcoscenico, monito dell’immortalità della maschera rispetto al suo interprete e, per lo spettatore più attento, riproposizione della dipartita di Antonio Petito, storico interprete della maschera napoletana, amico e mentore di Scarpetta, morto in scena ed esposto al pubblico sul palcoscenico del San Carlino nel 1876 [2].

Ci sarebbe materiale, dunque, per confezionare un’opera, senza voler gridare al capolavoro e al monumentale, senza dubbio discreta: e invece, questo pesante bagaglio di studio e di cultura accumulato si scontra continuamente con pecche tecniche, di scrittura e attoriali a cui il regista napoletano ci ha purtroppo abituati, soprattutto negli ultimi anni. Cadute stilistiche, quasi pigrizie, ingenuità (degne del suo protagonista), una serie di martonate che trascinano la qualità complessiva al livello di una fiction di Rai 1 – con tutto il rispetto per questo tipo di prodotti, che però, siamo unanimemente concordi, stonerebbero in Concorso a Venezia, e in una qualsiasi altra sala cinematografica – e non solo per la fotografia al limite dello smarmellamento compulsivo.

Al di là di Servillo e Cristiana Dell’Anna, che lottano come possono contro una sceneggiatura talmente sopra le righe (anche nei momenti di quiete) da essere spesso fuori fase e disordinata – tanto che se chiudessimo gli occhi non saremmo capaci di distinguere i momenti ambientati a teatro da quelli al di fuori – il resto del cast sembra capitato casualmente sul posto, o preso in prestito da un’altra produzione – effetto forse della visione ravvicinata di “È stata la mano di Dio” (Paolo Sorrentino), con cui condivide molti interpreti – truccato e pettinato leziosamente, e imbeccato battuta dopo battuta. Persino le comparse, e i grandi e piccoli interpreti di contorno riescono a stomacare; fra questi Lino Musella nei panni di uno spocchioso Benedetto Croce, il D’Annunzio effemminato e stereotipato di Paolo Pierobon e la Rosa Gagliardi di Iaia Forte: protagonista di una scena, indimenticabile per bruttezza, in cui ribalta con immotivata veemenza le sedute in platea per raggiungere il piccolo e furibondo Peppino De Filippo, futuro testimone di una delle peggiori battute del film, messa in bocca al fratello Eduardo.

Se l’intento fosse stato quello di creare una sorta di opera fra metacinema e metatetatro, un film che parla di teatro fingendo di essere un dramma teatrale a sé, in cui tutto è palcoscenico, allora il bersaglio viene mancato ancor più clamorosamente, quando il regista, anziché perseverare, superando la soglia delle due ore, per affrontare il delicato capitolo del processo, abbandona cinema e teatro per passare a un montaggio di fotografie strappa-applausi in ricordo dei fratelli De Filippo, accompagnate da didascalici e anonimi trafiletti la cui unica utilità è quella di rendere edotto il pubblico sul prosieguo della storia.

Una conclusione/colpo di grazia a un’opera dalle grandi speranze ma mediocre, già ripetutamente affossata dalla sua canonicità, laddove personaggi del genere avrebbero richiesto slancio e coraggio.

Federico Benuzzi

Tommaso Quilici

Note

[1] M. Mangini, Eduardo Scarpetta e il suo tempo, Napoli, Montanino, 1961, p. 134.

[2] Cfr. E. Scarpetta, Da S. Carlino ai Fiorentini, Napoli, Pungolo parlamentare, 1900, pp. 244-254.