So che potrebbe non essere il momento migliore per sollevare l’argomento, dottor Seligman, ma mi è appena venuto in mente che una volta ho sognato di essere Hitler.

È proprio così che comincia l’irriverente romanzo di Katharina Volckmer. Dal titolo volutamente provocatorio e trasgressivo, Un cazzo ebreo è l’opera prima della scrittrice tedesca, pubblicato in Italia dalla casa editrice La Nave di Teseo e diventato in breve tempo un caso editoriale. L’autrice, infatti, decide di affrontare due temi controversi, che a primo impatto possono sembrare molto diversi tra loro, ma che la protagonista accomuna nel suo viverli con disagio. Il primo è il senso di colpa che sente da persona di nazionalità tedesca verso l’Olocausto, il secondo è l’inadeguatezza che prova nel vivere in un corpo biologicamente femminile, che percepisce come estraneo alla sua vera identità. A questi due argomenti, che la protagonista fa intrecciare continuamente in un indomabile flusso di coscienza che prosegue senza interruzioni, si sovrappongono superficialmente molte altre riflessioni che lasciano allə lettorə la voglia di rileggere il testo per approfondirne i diversi temi. Un cazzo ebreo è un lungo monologo messo in scena dalla protagonista che non svelerà mai il suo nome, ma di cui impariamo a conoscere paure, dolori, consapevolezze e i segreti e le fantasie più scandalosi. L’intento della scrittrice è proprio quello di affrontare eventi traumatici sia della vita della protagonista, che storici, in un modo del tutto nuovo e originale, alleggerendoli con una dose di ironia e black humor notevole. Il destinatario delle sue parole è il dottor Seligman, non uno psicologo come si potrebbe pensare all’inizio, ma il chirurgo che la opererà e che finalmente le donerà la sua vera identità. La protagonista ricostruisce la sua storia nel continuo andirivieni tra passato e presente, saltando da un evento all’altro senza un ordine logico. Infatti, lə lettorə dovranno fare i conti con profonde riflessioni su patriarcato e mascolinità tossica, per poi trovarsi davanti a pensieri dissacranti e sogni scabrosi sul Führer. Se la tradizione patriarcale pesa anche sugli uomini tanto che “io risulterei per tutti molto elegante con indosso il suo abito, dottor Seligman, mentre se lei si presentasse con uno dei miei vecchi vestiti o con una gonna, la gente penserebbe invece che sia uscito di senno” , dice la protagonista, ancor di più sono le donne le prede principali di questo sistema, allo stesso tempo vittime ma spesso anche rivali di loro stesse. È così, infatti, che viene descritto il rapporto tra la protagonista e sua madre, una donna autoritaria, che cerca di imporle il suo modo di vedere le cose e la rimprovera ogni qualvolta non si comporta da vera signorina, che la vede allo stesso tempo come la sua rivale e il suo prodotto, “scopabile al suo posto quando le gambe sarebbero divenute troppo stanche”. Quello della maternità è uno dei temi centrali della narrazione, e che ritorna a più riprese nel discorso, all’inizio sotto forma di aneddoto, quando la protagonista racconta al dottor Seligman di aver comprato una spilla con su scritto “Bambino a bordo” e subito dopo di aver iniziato a ricevere sorrisi dagli sconosciuti, “quel tipo di sorriso che ricevi solo quando qualcuno pensa che la tua vita sia magnifica e compiuta”. Ma quello della maternità è un tema che si lega irrimediabilmente a quello del corpo, e che dunque riesuma ricordi e sensazioni spiacevoli, come quando la protagonista ricorda l’immagine della cicatrice sul corpo della madre dovuta al parto cesareo, quella cicatrice che le aveva permesso di venire al mondo e che lei però ritiene segno di debolezza e disprezza. I giudizi della protagonista sul corpo materno sono molto duri perché frutto della consapevolezza che un giorno anche il suo corpo l’avrebbe delusa a causa delle discrepanze prodotte dalle sue illusioni e la realtà di una fisicità invece imperfetta e dai seni flosci. Da qui si evince forte e chiara la critica verso il desiderio imposto di una bellezza a tutti i costi, visto che “siamo stati cresciuti tutti a immagini così gradevoli che mi sorprende come ci riesca ancora di guardarci a vicenda”. La ricerca costante della perfezione corporea, che rimane però un irraggiungibile miraggio, non è dovuta, nel caso della protagonista, alla sola voglia di raggiungere determinati canoni estetici, ma ha radici molto più profonde e ha a che fare con la sua identità. Ricorda infatti che già da bambina pensava che:

da qualche parte, tra le Barbie e i vasetti di Play-Doh, doveva esserci una sezione in cui poter trovare il mio uccello, ecco quanto la facevo semplice. […] Non ho mai realizzato che quello fosse il primo tentativo di esprimere i miei veri sentimenti, che significasse qualcosa di più di una stramberia infantile. […] allora una ragazzina era ancora una figura felice che si formava intorno a una vagina, mentre tutti intorno a lei si auguravano che diventasse fresca e stretta. Il resto non contava.

Probabilmente è anche per questo motivo che l’autrice non ci rivela mai il nome della protagonista. Quel nome, che proprio come il corpo, è stato il suo biglietto da visita per anni, il modo in cui appariva e veniva riconosciuta dalla società, ma in cui non si era mai riconosciuta.

Non ha idea di quanto tempo ci abbia messo a capire che il mio nome non era il mio nome, dottor Seligman, che non era pigrizia se all’asilo non reagivo quando mi chiamavano, ma che conoscevo d’istinto qualcosa che avevo poi dimenticato. Perché io, semplicemente, non potevo identificarmi con quel nome, il nome di una ragazza, una donna, una femmina, il nome di qualcuno con una vagina.

Ed è proprio per questo motivo che chiede al dottor Seligman un pene circonciso (un cazzo ebreo, appunto). In questo modo, non solo finalmente avrà il corpo che ha sempre desiderato, ma potrà appropriarsi del suo vero nome, ovvero quello del fratello morto alla nascita, Emil, che fino a quel momento aveva odiato proprio perché voleva essere lui (cioè un maschio). Allo stesso tempo, un pene circonciso è il suo sacrificio per unificare il mondo tedesco e quello ebraico, per poter espiare il suo senso di colpa. La circoncisione, infatti, da un lato rappresenta un affronto all’ideale della virilità tedesca glorificata dalla propaganda nazista, dall’altro lato è il suo modo di rivendicare un tipo di mascolinità diversa da quella che la tradizione impone, basata appunto sulla cultura del fallo come simbolo di forza e prevaricazione. Nonostante per anni aveva confessato di essersi sentita sempre fuori posto, uno scherzo della natura, uno scarto del dottor Frankenstein, aveva finalmente raggiunto la completa consapevolezza di sé e, quasi come se recitasse una poesia, chiede al dottore di trasformare il suo corpo nella sua vera forma.

e ora, trasformiamo questo corpo in qualcos’altro.

Un istante di fuoco nel cielo.

Lasciamo questo posto, prima che venga invaso dai clown.

Facciamoci oro, dottor Seligman.

Cambiamo forma nei secoli, ma senza mai scomparire.

Teniamoci per mano.

Facciamoci guerrieri.

Matilde Alvino