Lo scrittore e giornalista argentino Martin Caparros sembra raccontare la storia di una persona comune, la vita semplice di una donna, interrottasi troppo presto. Quella di Soledad Rosas, però, è una vita urgente, come recita il sottotitolo del libro, fatta di amore e di anarchia, ma che si scontra con gli attacchi di uno Stato nemico e con l’indifferenza di realtà lontane e vicine.

Con questa biografia, Caparros non cerca solo di rendere giustizia alla protagonista e alle persone a lei vicine, ma racconta un pezzo di storia italiana, dal nascente movimento NO TAV alle realtà degli squatters torinesi del movimento anarchico, mettendo in luce verità nascoste o sempre poco considerate. Attraverso interviste agli anarchici della cerchia dei tre squatters e alla famiglia di Soledad, attraverso lettere della stessa Soledad e altre fonti e testimonianze dei media del tempo, il lettore ha una visione ampia della realtà, può quindi unire da sé i pezzi delle vicende che si intrecciano e che troppo spesso sono state fraintese, oscurate, demonizzate.
La breve esistenza di Solita Rosas si svolge principalmente in Argentina, a Buenos Aires, dove nasce nel 1974. La sua famiglia la descrive come una ragazza molto dolce ed empatica, sempre pronta a portare sulle spalle i fardelli delle persone care come fosse una missione a lei assegnata. Non aveva scelto il ruolo di martire, ma le veniva naturale prendersi cura delle figure più deboli, e sicuramente questo aspetto la rendeva, da un lato, molto fragile ed esposta, come conferma anche la sorella Marta. Nonostante non fosse mai stata interessata alla politica, il suo spirito anarchico e libertario si svela molto prima dei suoi contatti con i movimenti di Torino e il suo amore smisurato per tutti gli animali non umani, che la porta a diventare una bravissima dogsitter, mestiere che le darà un indipendenza economica in giovanissima età, la porta ad abbracciare la filosofia vegana e antispecista.
Sarà proprio sotto consiglio dei genitori che partirà per l’Italia, viaggio da cui non farà più ritorno. I genitori, preoccupati per una relazione con un uomo dai comportamenti tossici, la invogliano ad intraprendere il viaggio, con la scusa di poter visitare posti nuovi prima di stabilirsi a Buenos Aires e iniziare a lavorare. Lei accetta, e nel 1997 parte insieme alla sua amica Silvia Gramatico.
Quello con l’Italia non sarà un colpo di fulmine per Solita, ma è come se ci fosse una forza d’attrazione tra la protagonista e alcuni luoghi specifici di Torino, che poi diventeranno a tutti gli effetti la sua casa. Sarà proprio lei a scrivere che, arrivata davanti all’Asilo (posto occupato dagli anarchici) troverà la porta aperta e persone disponibili, pronte ad accogliere lei e la sua amica. Caparros si chiede allora:
Cosa trasforma le vite? Cosa fa sì che tutto cambi all’improvviso? Minuzione, supponiamo: un vecchio barbuto che dice di andare in un tal posto, lo sguardo di un ragazzo che fa tremare le gambe di una ragazza, l’attesa di una parola che non arriva se un’altra non la rimpiazza, la pioggia che ti cambia i programmi poco prima e allora se non ci fosse stata non ti saresti mai imbattuta in quello, un libro che ti colpisce per la sua copertina rossa, la macchina che svolta dove non dovrebbe, il terrore che nulla sia stabilito: la successione del caso, i laboriosi tentativi di dargli un senso, la stupidità, la vigliaccheria di aver bisogno che abbiano un senso. Le decisioni che vengono prese, dopo i casi del destino. Altri casi.
È lì, tra una cena condivisa e la cura dell’orto, che incontrerà Baleno, soprannome dell’anarchico Edoardo Massari, con cui condividerà una storia d’amore potentissima e una tragica fine, e Pelissero, anche lui vittima di un vero e proprio complotto giudiziario. Mario Skizzo, appartenente al movimento anarchico torinese degli anni ’90, occupante dell’Asilo, descrive la loro vita in questo modo:
Noi portavamo avanti la pratica dell’autogestione quotidiana ma avevamo anche una pratica quotidiana di azione diretta, nelle strade, far casino in città. Comunque sia, l’obiettivo delle nostre occupazioni, il loro potere sovversivo, consiste nel mettere in pratica il più possibile qui e ora, senza aspettare mitogiche rivoluzioni: una vita anarchica, una vita liberata. È evidente che non lo si può fare completamente, perché la società continua a essere sottomessa al potere del capitale, un potere totalitario che ti si oppone. Ma uno vive adesso: che fai? Passi la vita a pensare a come distruggerlo oppure provi a costruirti la tua vita?
La loro storia si interseca con le battaglie del movimento NO TAV, contro la costruzione della linea ferroviaria dell’alta velocità in Val Susa, storia non ancora conclusa. Scrive Caparros:
C’è chi si lamenta che l’alta velocità sventrerà delle valli, devasterà degli orti, seccherà i gerani sulle finestre e terrà sveglio chi avrà la sfiga di vivere nei dintorni del suo passaggio. Vero, ma c’è molto di più. Con l’Alta velocità non si perpetua solo un attacco alla vita di alcune vallate, ma al senso della vita stessa […] Progresso, economia e produzione, esaurita la loro funzione di ottimizzare le risorse umane, vengono mantenuti in vita e fatti girare a vuoto, per una folla di creduloni impauriti che non osano liberarsene […] essi, come il capitale, corrono all’impazzata su un binario morto.
A causa dell’accanimento di giornali e telegiornali, i tre anarchici diventano in poco tempo i più temuti ecoterroristi d’Italia. Tra il ’96 e il ’97 in Val di Susa ebbero luogo tredici attentati. Nessuno di questi provocò danni ingenti ma rappresentò sicuramente uno degli espedienti più funzionali a criminalizzare qualsiasi oppositore. I media, inoltre, continuavano a parlare e scrivere di prove che alla fine si rivelano false o inesistenti . “È curioso: nelle numerose registrazioni della polizia – quasi mille pagine di intense operazioni di controllo – Soledad, Edoardo e Silvano non parlano quasi mai della questione TAV e della Val di Susa”, scrive Caparros.

L’arresto dei tre anarchici portò ad alcune manifestazioni di dissenso tra il movimento e la polizia, a cui seguirono cariche e vetrine rotte. Questo non fece altro che alimentare l’odio verso gli anarchici da parte di tutta la popolazione, anche e soprattutto a causa dei mass-media, che li descrivevano come teppisti, violenti, disadattati. Soledad scrive:
Mentre le indagini vanno avanti, i nostri compagni protestano nelle strade. Siamo vivi. Non siamo quattro gatti morti di fame. Qualche vetro rotto, vernice sulle pareti, vetrine distrutte e dicono che questa è violenza. Violenza è un carcere, violenza è lo sfruttamento umano e ambientale, violenza è un giudice, uno sbirro, violenza è lo Stato, violenza è il potere. E tutta questa violenza può uccidere una persona, una bella persona, piena di forza, di ribellione, amante della libertà. Ha lottato tanto per se stessa, in tutti i modi. Una persona che ha lottato contro la società consumista per non essere consumata. Baleno era un incontenibile ribelle, un “illegale” al cento per cento – gli piaceva tanto che lo chiamassero così, era orgoglioso di esserlo, quindi era una persona troppo pericolosa da lasciar vivere.[…]
Il 5 marzo del ’97, Massari, l’uomo della vita di Soledad, si impicca con delle lenzuola nella cella in cui era isolato nel carcere delle Vallette. Da allora Soledad si rende conto anche lei di essere vittima di una vera e propria congiura. All’inizio pensa che Baleno avesse voluto abbandonarla, ma poi arriverà a definire quello di Baleno un vero e proprio omicidio di Stato. Scrive:
In questi giorni mi chiedo spesso come devo lottare, quale strategia devo usare, perché la nostra non basta. Cosa devo fare? Silvano in galera, Edo morto, anch’io. In questi giorni non faccio che pensare alla distruzione, credo sia l’unica via d’uscita. Una distruzione definitiva perché il mio dolore non mi permette di guardare oltre. Prima del 5 marzo speravo ancora in un cambiamento. Ero convinta che in un modo o nell’altro le nostre azioni – bellissime – portassero a qualcosa di meglio.
Pochi mesi dopo, anche Soledad si uccide, impiccandosi nella residenza Sottoiponti di Benevagienna, dove era tenuta agli arresti domiciliari. Dopo una piacevole serata con gli amici e i compagni, prende questa decisione. La famiglia, nei mesi precedenti, aveva tentato in tutti i modi di portarla in salvo a Buenos Aires, ma lei non aveva accettato alcun tipo di aiuto, non riusciva e non poteva abbandonare la causa e i suoi compagni. Aveva trovato in quelle idee e in quelle persone la sua ragione di vita, i motivi per cui lottare. Fin quando non ce l’ha più fatta.
Alla fine, Caparros fa una lunga e intensa riflessione sul suicidio, e su cosa possa portare una persona ad arrivare a quel punto di non ritorno:
Per Seneca e i suoi, l’uomo non sarebbe potuto sopravvivere al vuoto della vita se non avesse avuto la libertà di suicidarsi. Questa possibilità di liberazione dalla vita, lo aiuta a raggiungere il giorno dopo: se non si uccide è perché lo sostiene la certezza di poterlo fare quando vuole. C’è nella dipartita di Edoardo Massari un’eco di quella vecchia massima – se il miglior modo di disprezzare la morte sia farne parte, non temerla. Secondo questa lettura, il suicidio sarebbe l’ultimo rifugio della libertà : la possibilità di scegliere quando ormai non si può più scegliere quasi nulla.
L’unico dei tre accusati “ecoterroristi” a sopravvivere è Silvano Pelissero. Il processo per Pelissero si chiude il 31 gennaio 2000, con la condanna a 6 anni e 10 mesi di reclusione. Nel novembre del 2001 la Corte di Cassazione invalida la condanna di terrorismo con finalità eversive, dunque la pena viene ridotta a 3 anni e 10 mesi; mentre Soledad e Baleno diventeranno e rimarranno per sempre un simbolo dell’anarchia italiana.
Matilde Alvino
