Se un film che ha come innesco un abuso è prodotto da Barry Jenkins, ci si aspetta uno struggente autobiografismo alla Moonlight. E invece il debutto di Eva Victor sorprende per il tono: una scrittura sagace, con un dry humor e tempi comici che lo avvicinano a Fleabag.
L’umorismo diventa anche tagliente satira contro le istituzioni – quella medica, quella accademica, quella giudiziaria – che si presentano come vicine o d’aiuto, per poi lasciare solo un profondo sentimento d’impotenza. È proprio in questa leggerezza, che non minimizza mai il dolore da cui questa scaturisce, che il film trova il suo tratto distintivo.

La tagliente critica alla sorellanza di facciata da parte di figure apicali dell’accademia: “We know what you are going through. We are women.” “What?” “We are women.”
Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, questo non è un film sulla violenza in sé o sul suo perpetuarsi. È l’esatto opposto di Irréversible in questo senso: non c’è clamore nel mostrare “quella cosa” come atto (“The Thing”, si ripete nei dialoghi). La violenza viene sì raccontata nel dettaglio, ma il linguaggio verbale stesso non è mai pienamente in grado di renderne conto, solo il corpo che ne ha incarnato il segno può farlo. La parola cerca di oggettivare l’accaduto appena successo o quando si ripropone come fosse appena successo durante gli attacchi di panico, momenti in cui il corpo ricorda e trasporta di nuovo l’atto nel presente. La struttura narrativa frammentata in cinque capitoli non cronologici, ciascuno dei quali rappresenta un anno di vita della protagonista, è una scelta formale non casuale: il tempo spezzato rispecchia perfettamente il modo in cui il trauma frammenta la psiche.
Se non l’opposto, l’opera prima di Eva Victor può anche essere almeno la controparte di After the Hunt. Guadagnino fa interpretare la vittima di abuso a un personaggio volutamente poco gradevole, che cerca di farsi strada nel mondo accademico con arrivismo e disonestà intellettuale. Maggie fa leva sull’opportunità di associare il proprio nome a una battaglia più grande cercando l’appoggio della professoressa Alma, una testimonial ben più stimata che avvalora la sua credibilità. Carattere opportunista che in Sorry, Baby si trasla con umorismo nella macchietta di Natasha, l’irritante quanto esilarante personificazione dell’invidia e della competizione femminile. Anche Guadagnino sceglie di non mostrare e far rimanere sospesa l’idea della violenza, sottraendo però anche la parola. Nulla è mai esplicitato nei fatti, bensì tenuto in una zona ambigua dove le diverse parti testimoniali dell’accaduto si scontrano.

Sulla sinistra Kelly McCormack, che interpreta Natasha, l’irritante quanto esilarante personificazione dell’invidia e della competizione femminile. Di fianco Eva Victor, regista e anche principale interprete, nei panni del suo alter ego Agnes Ward.
In entrambi i film l’ambientazione nel campus universitario permette di esplorare le dinamiche istituzionali, di potere e di convenienza. Il vero tema non è la violenza in sé, ma quale racconto si fa della violenza, dal punto di vista psicobiografico di Agnes che l’ha vissuta sul proprio corpo, oppure dal punto di vista esterno dei rapporti di potere attraverso la figura di Alma, sospesa nel dubbio, alla ricerca di una verità che non può cogliere, almeno finché non si palesa anche sul suo corpo.
Il cuore di Sorry, Baby è l’elaborazione del trauma, un racconto non lineare di ripresa verso la guarigione – anch’essa tutt’altro che lineare. È anche la storia di una ritrovata fiducia verso l’intimità, conquistata attraverso gesti di cura reciproca, nel più innocuo contatto con un gatto, o con la vicinanza di un uomo ingenuo e dalla rassicurante mascolinità depotenziata come Gavin. La miglior vendetta, sembra suggerire, non è dare adito a un’attivante carica di distruzione, la stessa che è stata in grado di annientarla, ma continuare a vivere attraverso la costruzione della propria guarigione insieme all’altro. La cura è una sorellanza autentica, dimostrata con gesti di solidarietà ed empatia, e non solo mostrata dall’appoggio formale a cui le istituzioni sono chiamate.
J.D
Sorry, Baby (2025) di Eva Victor è nelle sale dal 15 gennaio 2026, distribuito da I Wonder Pictures. Dopo la vittoria del premio Waldo Salt alla miglior sceneggiatura al Sundance Film Festival, è stato selezionato come film di chiusura della Quinzaine des Cinéastes in anteprima europea a Cannes.


È molto interessante il modo in cui si parla di una tematica così delicata. Non è affatto facile parlarne con umorismo ma qui sembra funzionare bene, un umorismo che però si rivela anche brutale nella realtà dei fatti. Sono interessato.
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