Sab. Set 19th, 2020

Venezia 76 | Irréversible – Inversion intégrale – La recensione

Dopo diciassette anni questo mostro spietato continua ancora a svuotare le sale, così irreversibilmente destinato ad annichilire le difese emotive dello spettatore anche nel suo rimontaggio presentato alla 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Stessa fabula, stessi dialoghi, Irréversible viene riproposto invertendo la struttura narrativa delle dodici piani sequenze che lo compongono per ristabilire la linearità cronologica dei fatti.

Inizialmente questa versione rimontata era prevista solo come contenuto extra per la nuova edizione rimasterizzata in Blu-Ray, operazione che si è poi evoluta in un’impresa unica nella storia del cinema, in linea con la continua voglia di sperimentare a cui ci ha abituati l’imprevedibile e instancabile inventiva di Gaspar Noé.

La diavoleria del regista voleva essere una nuova distribuzione in double feature: un dittico speculare che vede riflettersi da una parte la versione originale del 2002, montata con la tecnica della cronologia inversa (in comune con Memento di Christopher Nolan e Betrayal di Harold Pinter), e dall’altra il riflesso deformato di sé stessa, l’Inversion intégrale (detta anche straight cut o clockwise cut). Ma la doppia proiezione è un’esperienza cinematografica davvero troppo viscerale persino per gli stessi attori protagonisti Monica Bellucci e Vincent Cassel che, a distanza di tutti questi anni, affermano con fierezza ma senza nostalgia come quella in Irréversible sia stata la loro più intensa ed estenuante interpretazione attoriale come coppia, nella consapevolezza di “sapere che questo film sarebbe rimasto”. Rivendicazione fatta da Cassel proprio prima di confessare di non avere affatto intenzione di assistere a una seconda visione della cieca violenza di uno dei film più estremi della storia del cinema.

Il nuovo straight cut è una versione che è sì la stessa storia, eppure tutta un’altra esperienza cinematografica, che continua a sconvolgere con le ormai indelebili scene di brutale violenza, su tutte il veemente omicidio vendicativo e lo stupro ripreso a camera fissa per nove interminabili minuti.

La comparazione delle due versioni porta a riflettere su quanto potente sia la scelta di messa in serie degli avvenimenti, e di conseguenza sulla sostanzialità del montaggio stesso nel cinema. La visione di entrambe rende evidente quanto questa scelta sia in grado di condizionare non solo l’accesso dello spettatore alle motivazioni e ai travolgenti stati emotivi dei personaggi, che ora appaiono persino comprensibili nel loro orrore umano, ma offre anche un nuovo punto di vista sulla concezione della temporalità nel cinema e della sua riarticolazione discorsiva.

Le temps detruit tout” (Ovidio, Metamorfosi), sentenzia l’explicit della versione del 2002 nella riconoscibile, epilettica e minimale grafica testuale che ricorre in tutta l’opera di Noé e restituisce tramite l’inversione dei caratteri la struttura del film. Di riflesso “Le temps revele tout” risponde alla riedizione del 2019. Questo “esperimento con il tempo“, anche titolo del saggio di John William Dunne che Alex (Monica Bellucci) legge in quel paradiso terrestre destinato a diventare inferno in Terra, smentisce l’insinuazione mossa all’epoca che l’anti-clockwise cut fosse solo una trovata per attirare il pubblico, insieme all’accusa di spettacolarizzare in modo celebrativo la violenza.

Nella prima edizione con cronologia inversa viene subito sbattuto in faccia allo spettatore il lato peggiore dell’umanità, accolto dal sadico protagonista di Carne (1991) e Seul Contre Tout (1998) che, uscito di prigione, confessa la depravazione che l’ha portato dietro le sbarre. Proprio sotto l’abitazione di questo personaggio ricorrente, Marcus (Vincent Cassel) è portato via in barella dal labirintico locale Rectum, in cui lo spettatore viene risucchiato dall’ipercinetico trip della macchina da presa, accompagnato dalla – volutamente e letteralmente – nauseante bassa frequenza di 28 Hz. Questo si rivela essere  il luogo di un omicidio di cui ancora non si conoscono i retroscena. Si può solamente assistere inermi, come gli avventori del club, agli spietati e cadenzati colpi di un estintore che sonoramente maciulla in poltiglia quello che una volta era il cranio di un uomo. Tutto sotto il cinico sorriso del vero colpevole.

Solo con il susseguirsi della rivelazione degli eventi precedenti, che hanno portato a questo efferato gesto, emergono personalità, motivazioni e contesto dei personaggi, mantenendo sempre attiva nello spettatore la funzione di decodifica della fabula, che con questo intreccio risulta una tragedia di cui già si conosce il destino, proprio perché il tempo è destinato a distruggere tutto.

Invece, con questa nuova versione, il tempo ha funzione rivelatrice. I sogni diventano premonitori e gli spunti dei dialoghi abilmente improvvisati mettono in atto un dramma nichilista che svela la nostra natura bestiale. Persino l’uomo apparentemente più razionale, incarnato in Pierre (Albert Dupontel), può farsi conquistare da un’accanita vendetta dettata dal sopito cervello trino, vestigia evolutiva dell’animale che l’essere umano dimentica di essere.

Giulia Silano

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