Venezia 76 | Joker – La recensione

“Pensavo che la mia vita fosse una tragedia, ma ora mi rendo conto che è una commedia”: con questa frase il nuovo Joker di Joaquin Phoenix nel cupo e vibrante film di Todd Phillips guarda a ritroso verso la sua vita, e nel realizzare finalmente il senso della sua esistenza delinea uno dei molteplici sensi che la commedia e il comico assumono nel film. Espandendosi in molteplici implicazioni che non faticano a coesistere ma anzi convivono in grande equilibrio, Joker realizza quel raro miracolo di essere un film pieno di livelli di lettura ma allo stesso tempo estremamente cristallino, non lasciando mai indietro lo spettatore ma accompagnandolo per tutto il tempo nel suo pazzo giro di giostra nella vita del villain della DC.

Con il fumetto però, o meglio con il cinecomic, non ha praticamente niente da spartire, se non qualche suggestione (ispirandosi anzi principalmente a “The man who laughs” di Victor Hugo). Joker non è in nessun modo un film sensazionalista, non presenta personaggi come pure allegorie di idee politiche e non usa la violenza per ristabilire un ordine. È infatti in modo libero da ogni riferimento precedente che prende forma il comedian fallito Arthur Fletcher, che diviso tra un lavoro umiliante come clown e le cure per la madre malata, ci cala in una oscura Gotham City che non ha niente di diverso dalla New York in cui è girato, di cui si percepisce il realismo.

Sfacciatamente umano e profondamente vivo, il Joker di Joaquin Phoenix esprime la sua sofferenza in una ossimorica dolorosa risata (già ora iconica). Affermazione di un disagio e di una insicurezza a cui siamo costantemente relegati per tutto il tempo, Phillips usa il protagonista come centro dell’azione attorno a cui tutto il resto accade, facendo sempre percepire gli eventi attraverso la sua emotività – tanto che nell’unica inquadratura in cui il personaggio esce di scena e la macchina continua a stare ferma sullo spazio vuoto della stanza si crea una strana consapevolezza di quella consistenza come essenziale.

C’è poi un lavoro ulteriore rispetto a quello sul personaggio, ovvero quello sul linguaggio della commedia, che permea di significato tutto il resto: perché, se per tutto il tempo la vicenda è presentata nei fatti come una tragedia, Joker e Phillips ci ricordano che la comicità è soggettiva e che questa è continuamente soggetta (sotto i nostri occhi, spesso poco consapevoli) a ridefinizione e ri-semantizzazione. In questo modo, anche la violenza inaudita, nel suo crudo realismo, riesce in unico punto ben preciso a far ridere il pubblico, e rendendo inquietantemente consapevole lo stesso della operazione a cui è soggetto, fa combaciare quella risata con la disperazione più profonda.

Proponendo una riflessione sul ruolo dei media come ingannevoli creatori di discorsi sulla realtà, lo studio televisivo chiamato ironicamente NCB diventa luogo di riappropriazione e rivendicazione del caso. Ma è anche lo stesso linguaggio cinematografico che può decidere cosa sia comico e cosa no, e Phillips sbalordisce per la sua rara dote di sapere perfettamente come usare – e fino a che punto alterare – questo linguaggio: e così anche Joker può essere il protagonista di una drammatica slapstick finale.

Bianca Ferrari

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Autore: Bianca Ferrari

Giornalista, sceneggiatrice, studiosa

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