THE LOBSTER

Regia: Yorgos Lanthimos

Cast:Colin Farrell, Rachel Weisz, Léa Seydoux, Ben Whishaw, John C. Riley, Olivia Colman

lobster

Un paio di baffi di dubbio gusto in agguato sul labbro superiore, folta sanguisuga che succhia via tutto il sex appeal dalla figura inerme di David, sono l’immagine più iconica dell’ultima interpretazione di un Colin Farrell cupo e panciuto nel controverso The Lobster.

L’estetica del single malconcio è quella di Joaquin Phoenix in Her (Lei), la società dispotica dove si trascina, infrangendone le regole, quasi quella di Ray Bradbury nel suo Fahrenheit 451.

Il punto di vista, provocatorio, scorretto, surreale, grottesco?

Quello del cineasta greco Yorgos Lanthimos, che con la sua prima produzione in lingua inglese, lo scorso 23 maggio ha sbaragliato la concorrenza e l’inconscio della giuria, aggiudicandosi il Prix du jury du Festival de Cannes in Riviera.

Niente mezze misure nel mondo in cui David viene lasciato dalla moglie (se per i miserabili baffi o per i vestiti sdruciti, non è dato sapere). Vicenda solitamente consueta, per quanto amara, se non fosse che essere single è a dir poco intollerabile, nonché severamente vietato, nella società autocratica in cui è nato, mondo senza più amore e affetto, che però si sente in dovere di dimostrare il contrario.

Viene quindi arrestato e spedito all’Hotel, scrupolosi controlli giornalieri e 45 giorni di tempo per trovare un’altra anima gemella, pena l’immediata trasformazione in un animale a propria scelta. Tra un disperato tentativo di approccio e l’altro, quando interpellato dagli inquietanti “uomo” (John C. Riley) e “zoppo” (Ben Whishaw), giustifica la propria scelta riferendosi alle aragoste come animali “che vivono a lungo” e in più lui ha “sempre amato il mare”. Ecco che però, tra goffe danze e cacce brutali, David intravede una possibile via di fuga: vivere assieme ai ribelli nella Foresta, in una società le cui regole sono quasi più azzardate e squilibrate di quelle dell’Hotel. Qui è destinato ad innamorarsi di “donna” (Rachel Weisz), ma sottostare al tempo stesso alle regole imposte dalla spietata, rivoluzionaria “donna senza cuore” (Lea Seydoux).

Una volta lasciato l’Hotel per la Foresta però, il ritmo dirompente delle prime scene, scandito a colpi di jet-black humor, smorzanti ultimatum e intermezzi musicali da non sottovalutare, va dissolvendosi nella nebbia umida dei licheni: quell’eccentricità serrata e asciutta, tenuta superbamente in tensione attraverso dirompenti scambi di battute, si perde per strada, abbandonando quell’esplosività caratteristica dell’incipit della vicenda per delle sequenze più lente e introspettive. La stravaganza distintiva di Lanthimos comincia ad apparire forzata ed artificiosa, lo sviluppo della storia trascinato e meccanico. Lo spettatore che attende impaziente uno squisito climax ascendente o anche l’assenza totale di un qualsiasi mutamento di situazione o, meglio ancora, una scena che centrasse il punto, quell’affascinante e toccante idea del misterioso e ipotetico destino di un’aragosta, si spazientisce definitivamente al sopraggiungere degli ultimi fotogrammi.

Ecco che delusione e insostenibile pesantezza della responsabilità di concludere personalmente una vicenda rimasta in sospeso ostacolano il compimento di sonni tranquilli.

Solamente una settimana e mezza dopo la mia prima visione della pellicola e innumerevoli riflessioni che ne sono conseguite, mi imbatto nelle parole dello scrittore portoghese José Saramago nel suo romanzo Cecità: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur non vedendo, non vedono.”

Personaggi letteralmente anonimi che nuotano nella più totale indifferenza, i quali però, a differenza dei personaggi del romanzo, sono affetti da un’insensibile ottusità ancora prima di riscontrare una cecità effettiva. La cecità apparente si identifica con la perdita di quel senso di solidarietà, di complicità benigna tra individui che, paradossalmente, si manifestano e si solidificano nel susseguirsi degli avvenimenti con la perdita della vista stessa.

Non vedo, non percepisco. La visione deviata di una società dispotica non mi appartiene più.

Sento, condivido, (forse) mi renderò conto.

 Che Yorgos ne fosse ben consapevole dietro la macchina da presa?

 Francesca Emilia

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