RECENSIONE SPETTACOLO: “Don Giovanni” Molière

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Regia:Alessandro Preziosi

Non è facile riproporre un pilastro della nostra cultura come il drammaturgo Molière e il suo dissoluto libertino Don Giovanni Tenorio, ma Alessandro Preziosi accetta la sfida mettendo in scena uno spettacolo che merita di essere visto e applaudito.
La versione di Molière, tradotta e adattata da Tommaso Mattei, viene generalmente rispettata e pochissime sono le modifiche narrativo-testuali introdotte da Preziosi. Lo spettacolo si apre con l’uccisione del Commendatore da parte di Don Giovanni, in un duello “rallenty” che fa apprezzare moltissimo lo slancio e la corporeità dello scontro. La storia poi prosegue ricalcando il testo di Molière: dal dialogo di Sganarello (Leporello nella versione operistica di Mozart), servo di Don Giovanni, e Gusmano, servo della povera donna Elvira promessa in sposa al libertino; fino alla discesa negli inferi di Don Giovanni “traghettato” dalla statua del Commendatore.

***ADATTAMENTO DI PREZIOSI***
N.B. Gli asterischi (*) nel testo designano le parti modificate rispetto alla storia di Molière. Come detto sopra sono molto ridotte.
Lo spettacolo si apre con un elogio del tabacco e del tabagismo (“chi vive senza tabacco non è degno di vivere”). Don Giovanni espone a un contrariato Sganarello le motivazioni che lo spingono ad adottare il suo stile di vita, fondato sul diletto nella conquista delle donne e nel dare e ricevere piaceri carnali. Fugge la noia di una passione stabile e perciò ammalia sempre donne diverse. Poco dopo si scontra con la sua promessa sposa Donna Elvira, da cui scappa imperterrito alla ricerca di nuove prede. La donna inoltre manifesta tutta la sua sofferenza per la condizione di vita a cui il libertino la costringe, poiché Don Giovanni per sposarla la sottrae al convento, disonorandola. Egli però è totalmente insensibile alle lacrime della sventurata, e successivamente conduce Sganarello per mare verso un’altra sua possibile conquista. Un nubifragio, però, mette i due in serio pericolo di vita, ma l’intervento di un contadino li salverà*. Questi si rivela essere Pierotto, promesso sposo di Carlotta. Essa incontrando Don Giovanni, cede ai suoi complimenti e alla sua promessa di matrimonio scatenando la buffonesca ira di Pierotto, che non ha alcun risultato. Mentre Don Giovanni e Carlotta si scambiano effusioni sopraggiunge Maturina, altra contadina sedotta dal libertino. Si scatena così il duello comico tra le ragazze e Don Giovanni che lancia sempre vuote promesse ora ad una ora all’altra (pezzo scenicamente difficile e riprodotto benissimo). Questa spinosa situazione viene interrotta dall’annuncio che due spadaccini stiano inseguendo Don Giovanni, il quale prontamente chiede a Sganarello di scambiarsi d’abito. Il servo inizialmente accetta ma poi convince il padrone a vestirsi da viaggiatore, mentre egli stesso si veste da medico (scena estremamente importante per ribadire la poetica di Molière riguardo alla medicina e i dottori). Mentre viaggiano nel bosco incontrano un mendicante cristiano al quale chiedono informazioni per ritornare in città. L’uomo chiede in cambio una moneta, ma Don Giovanni promette di ricompensarlo solo a patto che bestemmi. Il poverello allora rifiuta, ma il libertino alla fine accontenta ugualmente la sua richiesta, esclamando: “Tieni, per amore dell’umanità!”. I due viaggiatori si imbattono poi in uno scontro tra predoni e un povero malcapitato, Don Carlos, che Don Giovanni riesce ad aiutare sconfiggendo i banditi. In un secondo momento il giovane si rivela essere il fratello di Donna Elvira, alla ricerca di vendetta verso chi la sedusse strappandola dal convento. Inizialmente non riconosce Don Giovanni, ma quando sopraggiungerà l’altro fratello questo cercherà di ingaggiare un duello con il protagonista. Tuttavia Don Carlos protegge il dissoluto libertino chiedendo a suo fratello più tempo per farlo pentire e ritornare sui suoi passi. Successivamente Don Giovanni, sempre in viaggio con Sganarello, nota una grossa costruzione nel bosco, che scopre essere il mausoleo dove alloggiano le spoglie del Commendatore insieme alla sua statua in pietra (che nel caso di Molière dà il nome alla stessa pieces, ovvero “Don Giovanni o Il convitato di pietra”1665). Ironicamente il libertino affronta la statua invitandola a cena, ma essa si muove accettando e scatenando chiaramente la paura di Sganarello. I due poi rincasano e Don Giovanni si prepara per la cena ma riceve tre sgraditissime visite: Domenico usuraio, che verrà  trattato con onori di casa proprio per evitare che richieda il danaro; il padre Don Luigi che condanna la condotta dissoluta del figlio, facendo emergere tutta la sua disapprovazione e vergogna nei confronti del figlio*; Donna Elvira che si mostra cambiata e tranquillizzata rispetto al primo incontro, seppur in lacrime chieda a Don Giovanni di cambiare vita. Allora al libertino viene l’idea di fingersi cambiato indossando la maschera del pentito in nome del “vizio sempre di moda”: l’ipocrisi, una delle tematiche centrali nell’opera del drammaturgo francese. Prima mostra il cambiamento a Sganarello, che inizialmente gli crede, ma quando vuole andare ad avvertire i signori Tenorio*, Don Giovanni mostra il suo vero volto usuale. Arriva poi a cena il Commendatore, dopo il passaggio (dal gusto gotico) di uno spirito, e rinnova l’invito a Don Giovanni per il giorno seguente, da lui accettato. Don Carlos invece vuole verificare il pentimento del libertino e quindi si reca nella sua casa. Qui lo accoglie un Don Giovanni pentito, sempre in modo ipocrita, ma che non accetta le nozze con Donna Elvira per il desiderio di restare solo in preghiera. Allora il giovane offeso rinnova la promessa di vendetta. Si giunge così alla scena più importante, con l’incontro del Commendatore che, tendendogli la mano per condurlo a cena, lo fa sprofondare negli inferi.

La fama di questo personaggio è sicuramente immortale, tanto da aver condizionato una grande varietà musicisti, letterati e filosofi. Lo spettacolo in questione, riesce ottimamente a sottolineare la sfida di Don Giovanni nello stanare l’ipocrisia negli altri, che poi in realtà assume come sua stessa arma di difesa. Il messaggio trasmesso dunque è semplice: tutti sono o vorrebbero essere come Don Giovanni, mentre invece lo condannano con una maschera di ipocrisia.
La dialettica servo-padrone convince sotto tutti gli aspetti, anche per l’ottima e apprezzata interpretazione di Nando Paone nei panni di Sganarello (notissimo al pubblico del grande schermo i suoi ruoli in “Benvenuti al Sud”, “Reality” e tanti altri film). Sganarello cerca in tutti i modi di convincere il padrone a cambiare vita esponendo le sue ragioni frutto di un retaggio cristiano e moraleggiante, spesso condite da una buona dose di superstizione. Don Giovanni distrugge con materialismo e scetticismo ogni affermazione di Sganarello, relegando il personaggio del servo alla Commedia dell’Arte, a confronto invece della sua psicologia complessa e sfaccettata.
La scenografia convince sotto ogni aspetto, vengono ripresi paesaggi dal sapore surrealista adattati alla trama. La loro tridimensionalità rende lo spettacolo dinamico e vivo fino ad arrivare al “postmoderno”. Questi sono proiettati su tre porte spesso usate per entrate e uscite dei personaggi. In una scena Don Giovanni combatte dietro queste porte, rendendo visibile solo la sua sagoma, scelta suggestiva e interessante. Preziosi dice di essersi ispirato alle performance artistiche all’interno dei musei sotto forma di istallazioni. Spesso alcuni personaggi vengono riprodotti filmicamente sullo sfondo creando una sorta di presenza fittizia dell’attore, che appare tutt’uno con la scenografia. Sebbene l’effetto sia notevole e coinvolgente, convince di meno per l’effetto che ha sulla statua del Commendatore. Non c’è nessun attore a rappresentare il Commendatore ma è la stessa statua filmicamente prodotta che discute con Don Giovanni nei momenti conclusivi. La scelta evidentemente può essere ricondotta alla volontà di astrarre il più possibile quella presenza scenica, ma che pure nella sua rappresentazione performativa è interessante vedere a tutto tondo. Questa soluzione poi diventa addirittura totalmente filmica quando Don Giovanni accetta l’invito dal commendatore e la sua immagine sullo sfondo brucia visivamente tra le fiamme.
La regia di Preziosi comunque approda a un buonissimo risultato sia nell’apprezzabilissima qualità fisica dei combattimenti che suggeriscono spesso grazia di danze della morte, sia nelle soluzioni performative dei corteggiamenti e delle passioni amorose.
Preziosi è affiancato da un nobilissimo cast (DONNA ELVIRA Lucrezia Guidone; GUSMAN Roberto Manzi; DON CARLOS Matteo Guma; DON ALONSO Roberto Manzi; DON LUIGI Alessandro Preziosi; FRANCISCO Daniele Paoloni, CARLOTTA Maria Sellitto; MATURINA Daniela Vitale; PIERINO Daniele Paoloni; VIOLETTA Daniela Vitale; RAGOTIN Matteo Guma; IL SIGNOR DOMENICA Roberto Manzi; RAMON Matteo Guma; UNO SPETTRO Maria Sellitto).
Interessante è anche la scelta per Preziosi di non lasciar parlare un personaggio per Don Luigi ma di interpretare lui stesso da Don Giovanni la parte del padre. L’attaccamento alla figura paterna viene così drammaticamente esaltato in una sorta di lotta psicologica interiore con una parte genitoriale di sé che poco si apprezza, ma che esiste.
Da apprezzare inoltre sono alcuni richiami all’ opera di Mozart. In primis le sue musiche che ogni tanto spuntano nelle azioni. Inoltre alla fine, quando Don Giovanni chiede a Sganarello di cantare, questo intona insieme a un coro alcune note della celeberrima aria “Notte e giorno faticar” del Leporello mozartiano.

Questo spettacolo merita di essere visto sia per vedere la performance di un grande attore come Preziosi, sia per celebrare la grande fama del racconto di Don Giovanni, che può facilmente ricordarci di come tutti noi siamo sempre pronti a giudicare indossando la nostra maschera dell’ipocrisia, quella colpevole di lasciare le nostre pulsioni nel subconscio freudiano.
                                                                                                                                                     Emanuele Regi.

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