Game of Thrones -un gioco per famiglie

Un saluto a tutti i lettori di Cabiriams! Siamo arrivati già alla quarta puntata di Game of Thrones ed è quindi tempo del quarto approfondimento settimanale che ripercorra un po’ la storia dell’episodio.

Ho deciso che il focus di questa puntata sarà, come si evince dal titolo, la famiglia e i legami familiari di Westeros.

Come sappiamo fin dalla prima stagione, Westeros è governata e spartita tra casate e famiglie. Il potere è in mano alle stesse persone da generazioni e molto spesso sono stati proprio i legami familiari a muovere le fila della trama e a modificare gli eventi.

Stark, Lannister, Baratheon, Tyrell ma anche Bolton, Arryn, Greyjoy, Tully…l’universo delle cronache del ghiaccio e del fuoco ha sempre sblordito per il numero impressionante di personaggi e di legami interni tra loro.

In questo episodio, il motore dei fatti più salienti sono stati proprio i legami familiari. Si tratta forse di un ritorno o di un riavvicinamento alle origini della serie TV, che ultimamente secondo molti aveva perso lo smalto e la lucidità delle prime stagioni? Non penso che si possa determinare ogni scelta di trama ad un analisi di mercato, ma sicuramente questo episodio è riuscito a risvegliare l’interesse anche dei fan più restii ad apprezzare la sesta stagione.

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Eravamo stati introdotti brevemente ai legami familiari del Nord già nella terza puntata. Quando Bran vede con la sua visione il passato del padre, è chiaro che ormai il terreno era pronto per il rumor più chiacchierato di questi mesi (R+L=J, chi vuole intendere intenda).

L’abbraccio fraterno e gli sguardi di gioia tra Sansa e Jon alla barriera ci regalano solo qualche istante di speranza. Veniamo ributtati subito nel grande banchetto dell’ovest (this great feast) quando Sansa tenta di convincere Jon a spodestare insieme i Bolton. Anche se inizialmente restio, Jon accetta dopo la lettera minatoria inviata da Bolton nella quale afferma di avere suo fratello Rickon prigioniero nelle segrete.

I legami familiari degli Stark saranno il motore della grande guerra civile che promette di sconvolgere il Nord nei prossimi episodi, fresca del rientro sulla scena di Petyr Baelish  e del suo intento di riprendersi Grande Inverno con l’appoggio dell’esercito dei corvi.

Rimanendo nel nord, un altro legame familiare passato più in secondo piano visti i grandi eventi di questa puntata, è quello dei fratelli Greyjoy. Il ritorno di Theon con la promessa di fedeltà e aiuto alla sorella mettono di nuovo in campo gli uomini di ferro, che non si faranno sicuramente sfuggire l’occasione di approfittarsi nuovamente dell’imminente guerra civile tra Stark e Bolton.

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Scendendo ad Approdo del Re invece, ritroviamo Margaery e Loras, tenuti prigionieri dall’Alto Passero e qui le vicende familiari finalmente si intersecano e modificano la situazione di stallo che ormai stava facendo ammuffire la storyline delle casate Lannister e Tyrell (eccezion fatta per Tyrion, ovviamente). Si perché se con la scena della prigione ci indigniamo delle ingiustizie che i due fratelli stanno subendo, è nella sala del concilio ristretto.

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Se nella terza puntata vediamo Cersei e Jaime assumere un peso completamente irrilevante, le pressioni familiari che la regina madre riesce a imporre su Kevan e Olenna è tale da spianare la strada per una seconda guerra civile in Westeros.

Sia Kevan che Olenna non riescono ad accettare che il credo gli abbia strappato via qualcuno di importante (rispettivamente il figlio e i nipoti) e di essere completamente impotenti di fronte a questa piaga sociale, ed è Cersei a riuscire nell’intento di unire le casate e gli eserciti più potenti di Westeros nell’ordire un attentato ai danni dell’Alto Passero.

 

Quindi, mentre ad oriente si combattono altre guerre, più ideologiche, più idealizzate, Westeros è sempre più legata e confinata alla sua natura nobile e egoistica. Le famiglie sono il potere, un potere che ormai vacilla e che tenterà ogni cosa pur di ritornare a sovrastare il mondo.

Usando le parole della Regina di Spine: “Di morti ce ne saranno tanti. Meglio loro che noi.”

 

Antonio Berardone

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