FRANTZ

frantz

 

Presentato alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia, Frantz di François Ozon si rifà alla pièce teatrale  L’Homme que j’ai tué (1930) di Maurice Rostand, che aveva già ispirato Broken Lullaby (1932) di Ernst Lubitsch.

L’infantile insegnamento “non si dicono le bugie” in Frantz viene capovolto e analizzato nelle sue contraddizioni. Proprio la menzogna, il non detto, in questo sedicesimo film del francese François Ozon, si fa portatore di riflessioni dense e tutt’altro che banali.

Il quadro è quello della fine della Grande Guerra, in un paesino tedesco di provincia, dove Anna (Paula Beer, premio Mastroianni come miglior attrice emergente a Venezia) ci viene presentata nella sua quotidianità silenziosa e quasi teatrale (ma teatrale da crisi del dramma), nei suoi rituali gesti, in primis quello del portare i fiori alla tomba del suo promesso marito, Frantz, morto sul fronte settentrionale. Ed è proprio da questo luogo così mortifero che scaturisce l’incipit dell’intreccio, per definizione azione, e quindi vita: l’incontro con Adrien (Pierre Niney), un soldato francese (e quindi nemico della Patria), che si presenta come un amico di Frantz, darà inizio ad un viaggio di redenzione per tutti i personaggi (chi più e chi meno): un’occasione per cambiare i propri giudizi a priori. Le relazioni interpersonali tra i personaggi sono giostrate a partire dalla menzogna, menzogna in cui lo stesso spettatore viene coinvolto e poi disciolto. Anna, vittima di menzogna, sarà lei stessa costretta a decidere tra il male della verità e il bene della bugia, a ragionare, insomma, se effettivamente “il fine giustifica i mezzi”.

Ozon è attento a non “museificare” il film, rendendo la Grande Guerra non la protagonista di un film-documento, ma il paesaggio di un film narrativo, così come è accorto nel non ricadere nel teatro filmato, bensì in un film teatrale (che a certi tratti ricorda le atmosfere del danese Dreyer).

Interessante è la scelta di Ozon di alternare il bianco e nero al colore: ne risulta una scelta poetica riuscita e non pesante all’occhio, una patina velata che avvolge l’immagine e la trascina nella stasi (con il b/n) o nella liberazione (colori).

Bianca Ferrari 

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