INFERNO

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Regia: Ron Howard

Con T. Hanks, F. Jones

 

Cerca Trova. Chi cerca trova: è questo l’enigma nascosto nel dipinto della “Battaglia di Marciano” del Vasari a Palazzo Vecchio a Firenze. Ma chi, come me, cercava un nuovo thriller storico sulla scia de “Il codice Da Vinci” o “Angeli e Demoni”, si troverà per le mani un vero e proprio thriller che di storico ormai ha solo il protagonista Robert Langdon (Tom Hanks).

 

In questa nuova corsa contro il tempo, il professor Langdon, accompagnato dalla giovane e bellissima dottoressa Sienna Brooks (Felicity Jones) e braccato da OMS e servizi di sicurezza segreti, si troverà catapultato dalla sua Cambridge a fronteggiare un enigma che rappresenta una sfida alla sua logica e alla ragione, piuttosto che alle sue conoscenze in storia o in fatto di codici e simboli.

 

Sappiamo ormai, però, che in questo genere di film sono le città e le varie location a rubare la scena agli attori protagonisti. Abbiamo visitato Parigi nel primo capitolo, scoperto Roma e il Vaticano nel secondo, per giungere infine alla Firenze di Dante Alighieri in “Inferno”. Ma, se negli altri film le città nascondevano segreti e simboli da decifrare, in questo caso le bellissime cornici di Palazzo vecchio o di Piazza San Marco danno spesso l’impressione di appartenere più ad una pubblicità promossa dal ministero della cultura piuttosto che ad un thriller hollywoodiano.

 

Altro personaggio chiave della pellicola, come il titolo suggerisce, è l’inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. Visioni allegoriche angoscianti e molto dark accompagnano il protagonista e lo spettatore in una spirale che confonde la trama e dissemina dubbi su dubbi. Howard dà prova di riuscire a destreggiarsi perfettamente nell’universo distorto creato prima da Dante e poi ripreso nel suo romanzo da Dan Brown.

 

Il prodotto resta fedele alla propria natura di fondo, un film piacevole e senza grandi pretese sul pubblico, nonostante il tentativo di unire all’azione un messaggio filosofico-catastrofista sul tema della sovrappopolazione mondiale che, mentre nel libro riusciva a convincere e coinvolgere il lettore, nel film risulta a tratti parodia dello stesso allarmismo mediatico che vuole scimmiottare.

Antonio Berardone

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