Silence

Silence, tratto dal romanzo “Silenzio” di Shūsaku Endō è il ventiquattresimo lungometraggio del celebre regista americano Martin Scorsese ed è un progetto che l’autore aveva in mente da circa trent’anni ma che solo ora è riuscito a realizzare. Di conseguenza le mie aspettative per questo film erano alte, forse troppo alte, ma procediamo con ordine.

Il film ambientato nel XVII secolo narra la vicenda dei due padri gesuiti portoghesi Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver) i quali decidono di viaggiare in Giappone per scoprire se il loro mentore Cristóvão Ferreira (Liam Neeson) ha davvero abiurato la propria fede durante la persecuzione dei cristiani. Al loro arrivo i due gesuiti infatti scopriranno un Giappone che è cristiano in segreto per paura dell’inquisizione e che vede nei due “padres” delle figure simili ai santi o a Cristo stesso.

Al centro del film vi è dunque la fede, fede che viene manifestata nelle opere e nei martiri ma che viene anche messa in dubbio dal dialogo interiore e dalle azioni di Rodrigues. Scorsese attraverso i personaggi cerca di mettere in mostra diversi aspetti e problematiche della fede: Garupe non ci appare un cristiano coerente all’inizio ma presto si rivelerà sinceramente legato ai principi della fede cristiana, Rodrigues viene rappresentato alla stregua di un nuovo Cristo ma si rivelerà ingenuo e ignorante e la loro guida Kichijiro (Yōsuke Kubozuka) è un ubriacone che cerca e rifiuta la cristianità in modo intermittente.

Se da un lato è vero che la fede viene affrontata proponendo molti spunti riflessione è anche vero che spesso Silence sembra essere un vero e proprio film di propaganda religiosa. Non solo per la rappresentazione parziale del pensiero gesuita che viene ridotto a semplici principi del cattolicesimo ma anche perché i cristiani vengono rappresentati sì come cocciuti e tal volta ignoranti ma anche come puramente fedeli e quindi detentori di un surplus spirituale rispetto al buddismo che nel film viene descritto con una battuta e rappresentato alla stregua dello sciamanesimo.

Silence è il manifesto della fede di Scorsese, uomo ormai anziano che sente la fine avvicinarsi e inizia a interrogarsi sul proprio credo scegliendo, coerentemente, di consolarsi con la fiducia di essere nel giusto e di aver regolato i conti con Dio affermando di poter sentire la sua voce nel suo silenzio. Tecnicamente il film è anomalo nella filmografia del regista: nessuno dei suoi tipici virtuosismi con la MDP è presente nel film e la regia resta quindi stranamente anonima e, appunto, silenziosa. Lo stesso vale per la fotografia di Rodrigo Pietro, estremamente nebbiosa e spesso scura e scarna con una scarsa gamma cromatica quasi a voler immortalare l’essenziale dai personaggi e dagli ambienti e per la musica che personalmente non avevo nemmeno percepito. “Silence” è un film che fa sentire le sue due ore e quaranta di durata e che è destinato a far discutere molti affezionati al cinema di Scorsese vista la sua netta presa di posizione su un tema delicato come la fede, personalmente posso dire di averlo apprezzato per la sua coerenza interna e la sua forma (anche se nessuno dei tre attori principale è credibile come gesuita portoghese) ma le mie aspettative sono in state in parte deluse dal nostro stimato Martin.

Marco Andreotti

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