I 6 inni che Novalis sospirò alla morte

E se fosse la morte la luce del giorno?

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Da noi derivi a tua volta piacere,
o  buia notte?
Quale cosa tu porti sotto il manto
che con forza invisibile
mi penetra l’anima?
Delizioso balsamo
stilla dalla tua mano,
dal mazzo di papaveri.
Le gravi ali dell’anima tu innalzi.

Il messaggio, trasmesso in poche strofe, non è distante, ma sempre attuale, e il significato che lega ogni singolo verso non ci è sconosciuto, forse viene semplicemente ignorato. E’ un viaggio che prosegue incessantemente da innumerevoli anni, sotto lo sguardo accigliato e meditabondo di pensatori e grandi scienziati, tutti senza un’apparente risposta che possa offrire consolazione alla fatidica domanda: “ e dopo?”.

Novalis (Georg Philipp Friedrich von Hardenberg) vive indirettamente il passaggio dalla vita all’ignoto, subendo i tormenti della morte dell’amata (Sophie von Kùnn) e li elabora negli Inni rivolti all’oscura signora, colei che non aspetta, che prende ciò che desidera, senza riguardi e senza rimpianti. Lo scopo del poeta è sempre lo stesso: trovare un significato, un senso, il bagliore della consolazione attraverso le lacrime dell’addio. Ed è così che la morte viene manipolata, addolcita, trasformata non nel temuto oblio dell’angoscia kierkegaardiana, bensì nel sospiro di sollievo che alleggerisce il petto dalla ferocia della vita.

Vita e morte, luce e buio, giorno e notte: conflitti silenti, ma tumultuosi nel cuore umano. Come l’alba è sempre seguita dal tramonto, così l’esistenza umana cerca di cogliere il suo senso nei cicli naturali, eterni, paragonandosi al giorno che risorgerà dalla notte. Il poeta comprende questo passaggio e ne divulga l’importanza, cantando all’immagine che la morte assume, ovvero la notte, le sue lodi, i suoi inni. L’inno è in sé celebrativo, dirompente, trasmette la gloria di colui che viene declamato: questo è l’intento di Novalis. Essendo poeta, egli è in grado di raggiungere un livello di conoscenza oscuro ai più, e, colpito dall’apparizione della tomba della sua donna, capisce di aver attraversato il confine, di essere approdato nel mondo oscuro e di aver fatto, poi, ritorno alla luce. Egli è “risorto”, illuminato dalla tenebra. Nella morte il poeta rivede Sophie, ritorna a lei, trasformando la fine in un inizio.

Tematiche appassite dal tempo o dal progresso? Purtroppo, o per fortuna, non è così. E’ facile per noi screditare, se non ridicolizzare, queste idee, queste speranze, che, a partire dalla quarta strofa, sfoceranno nella dimensione mistico-religiosa, e, tuttavia, chi può dire di essere totalmente avulso dai dubbi, dalle incertezze, dalla paura? Il linguaggio e il periodo, distanti dalla contemporaneità, rendono questi temi assurdi e infantili, ma sarebbe bene adoperare un po’ di senso critico e  scavare sotto la semplicità del nostro quotidiano, ormai retorico, per osservare come il credo, che tuttora persiste, non è altro che l’ennesimo tentativo di svincolarci dalla disperazione della fine. La fede è la costruzione più umana che ha caratterizzato l’uomo nel corso dei secoli e il suo scopo non è mai cambiato, ma forse il tono dei nostri Inni alla notte si è affievolito, per allontanare l’immagine della morte.   

Opere al link : http://www.ousia.it/content/Sezioni/Testi/NovalisInniNotte.pdf

Anna Sintini

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