THE FLORIDA PROJECT – UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

A Kissimmee, Florida, a pochi passi da Disney World è situato un motel dai colori sgargianti chiamato Magic Castle. Un luogo in cui si incrociano le esistenze di persone diverse, in cui i turisti transitano per brevi periodi ed i locali conducono le loro vite senza particolari sussulti. Nell’appartamento numero 323 di Magic Castle, in una condizione precaria, tra affitti non pagati e problemi col vicinato, vivono la giovane Halley (Bria Vinaite) e la piccola Moonie (Brooklynn Prince).

La storia è quella di una ragazza madre che in qualche modo cerca di mantenere se stessa e la figlia senza curarsi eccessivamente del futuro. Comportamento che avrà come conseguenza il progressivo allontanamento di tutte le persone fidate all’interno della tranquilla realtà del motel.

Una situazione disagiata, come molte ne sono già state raccontate e che ormai crediamo di conoscere, storie che ormai sembrano avere poco o null’altro da dire.
L’intento del regista Sean Baker, d’altro canto, sembra esattamente quello di gettare uno sguardo originale su una situazione che facilmente potrebbe cadere nello stereotipo.
La principale intuizione sta nel tentativo di prosciugare la narrazione da tutto ciò che già sappiamo e che potremmo intuire contestualmente, per trascinarci anima e corpo all’interno del piccolo mondo di Moonie e sua madre; nell’inesorabile oscurarsi della loro tranquilla, seppur complicata, esistenza.

The Florida Project è un treno in corsa che mostra esattamente quello che serve ai fini del racconto di ogni scena, per passare subito a quella successiva. Stacchi netti su dialoghi in corso e largo utilizzo di una camera a mano indiavolata creano un dinamismo che risucchia lo spettatore in un vortice di pura azione. Anche nei rari momenti in cui il ritmo concede una tregua, le scene non cessano di essere dense di significati.
Ogni mutamento che trascina la tranquilla situazione iniziale verso il tragico finale viene mostrato senza la necessità di eccessive sottolineature.

Baker sfrutta al meglio le potenzialità della scrittura e del montaggio cinematografico, stimolando l’elaborazione da parte dello spettatore. È un racconto che gioca in sottrazione, creando senso senza mostrare eccessivamente, narrando senza spiegare il superfluo. È incredibile come attraverso scene dalla durata minima o da semplici ed improvvisi stacchi di montaggio questo film riesca a ricostruire dinamiche pregresse, fornire nessi logici ed approfondire la caratterizzazione dei personaggi. Non stupisce che al termine dei 105 minuti si abbia la sensazione di aver assistito ad un’opera decisamente più lunga.

Cinema che non perde tempo nella ricerca di una tensione che già gli appartiene, ma che si concentra principalmente sui propri indimenticabili personaggi.
Indimenticabili anche grazie ad un cast eccezionale, all’interno del quale spiccano le due straordinarie protagoniste già citate in precedenza, accompagnate da un notevole Willem Dafoe, recentemente nominato all’Oscar per il suo ruolo da non protagonista. Una recitazione che evidentemente lascia molto spazio alla capacità degli interpreti di saper improvvisare, rasentando a tratti lo stile documentaristico, anch’esso funzionale all’immersione nel contesto della vicenda. Questo è il piano su cui l’intento di Baker raggiunge la propria realizzazione, quello in cui lo spettatore si trova ad assistere agli eventi trovandosi a fianco dei personaggi e decifrandoli attraverso i loro punti di vista.

Attraverso le scelte di una madre che, nonostante un atteggiamento aggressivo e delle scelte sbagliate, dimostra un disarmante amore nei confronti della figlia. Attraverso lo sguardo di una bambina che vive i problemi come un gioco, salvo essere travolta da una durissima realtà. Una realtà che attraverso i suoi occhi appare ridicola e stupida. Un incubo insensato e terrificante dal quale fuggire.

Andrea Pedrazzi

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