Félicien Rops, Calvario

1882, Musée Félicien Rops, Namur

 

Ebbi già modo di nominare la dissacrante figura di Félicien Joseph Victor Rops in riferimento all’opera di un artista di mezzo secolo più recente, ossia Hans Ruedi Giger:  chiaro esempio di come il terrificante e scomodo immaginario scatenato da Rops si sarebbe mantenuto vivo fino ai nostri giorni come figlio ultimo della cultura decadentista. Già un semplice sguardo porta a notare quanto il già analizzato Satan I di Giger sia debitore a questo Calvario, opera da noi presa in esame come riassunto dell’arte di Rops.  E per molti versi quest’opera è anche più moralmente deflagrante dell’altra.

Nato a Namur, in Belgio, nel 1833 e morto in Francia, ad Essonnes, nel 1898, Félicien Rops può essere considerato senza riserve come il più rappresentativo esponente del movimento simbolista belga, disegnatore, illustratore ed acquafortista ricercatissimo dall’avanguardia culturale del suo tempo. Lavorò con personalità di spicco quali Stephane Mallarmé, Joséphin Péladan e soprattutto Charles Baudelaire, suo grande amico sin dall’arrivo di quest’ultimo in Belgio nel 1864. E’ in Rops che Baudelaire vide una efficace rappresentazione estetica delle sue poetiche, che troverà infine concretezza con il frontespizio inciso per I Relitti, raccolta di poesie estratte dai Fiori del Male, del 1866, stesso anno della morte del poeta. Notiamo come, in una lettera ad un amico, Baudelaire avrebbe affermato: «Premurati, mio caro […] di dire chiaro quanto io amo quel pazzoide del signor Rops; non è un grande prix de Rome, ma ha un talento sommo come la piramide di Cheope!». In Belgio Rops conobbe anche un altro esiliato francese, che avrebbe sancito la sua futura gloria artistica: Auguste Poulet-Malassis, già editore del censurato capolavoro baudelairiano e di gran parte della letteratura libertina ed erotica della Francia fin de siècle: dal 1864 al 1870 avrebbe pubblicato ben 34 opere illustrate da Rops.

Baudelaire e Poulet-Malassis sono dunque da considerarsi gli iniziatori di Rops a quella cultura letteraria parigina, decadente e simbolista, che avrebbe assunto nella sua arte la sua connotazione definitiva più estrema e blasfema.  Già studioso di giurisprudenza e filosofia, Félicien Rops avrebbe trovato nella letteratura moderna la via ideale per innervare di forti contenuti simbolici le sue macabre visioni di caricaturista e grafico. Un’intesa col mondo dei letterati che si rafforza anche negli stessi medium: l’arte assume come veicolo i “generi minori” di incisione e disegno, rappresentativi della modernità priva o povera di colori, dotati di forza tagliente, rapidità e chiarezza, perfetti per rendere “la passione per lo scheletro” che Baudelaire e Rops avevano in comune, come ebbe modo di affermare l’artista. Allo stesso modo delle opere letterarie da cui traeva la sua linfa ispiratrice, nelle grafiche di Rops si mescolavano sesso, morte e satanismo: tre elementi che trovavano una grande eco nel mondo culturale del tempo. L’innovazione della sua opera verteva però sull’attualizzazione, in una chiave dissacrante e maligna, dei peccati originali di lussuria e ipocrisia, nascosti ma ben presenti entro la moderna società borghese.  In questo orizzonte estetico (e morale) la donna diveniva il mezzo ideale per rappresentare la seduzione demoniaca, il male primordiale tentatore, l’estasi del peccato. In opposizione ad altre tendenze più prettamente pittoriche del tempo, come i Preraffaelliti, che facevano della donna una rappresentazione mistica o angelicata, Rops portava alle estreme conseguenze quella sottesa ed occulta sensualità presente in queste opere, analizzando con sincera crudeltà la sessualità umana e rivelando così la natura profondamente maligna della civiltà contemporanea consacrata al progresso ed alla scienza.

Questa ambizione letteraria di Rops, unita alla sua grande capacità nel saper reinventare continuamente iconografie classiche in ambiti completamente nuovi (si veda l’allegoria scheletrica del memento mori, che diviene simbolo dell’umanità in decadenza) lo porta a formulare un immaginario tratto direttamente dalle suggestioni baudelairiane. Prodotto ultimo di questo dialogo fra letteratura e immagine è stata la serie de Le Sataniche, corpus rimasto incompiuto di cinque tavole ad acquerello ed acquatinta del 1882, (successivamente date alle stampe) in cui la lussuria viene rappresentata nella sua dimensione spirituale, eterna e ignota. Ultima fra queste tavole è proprio Calvario, incredibile rappresentazione delle pulsioni carnali colte nella loro duplice natura di piacere e dolore, misticismo e dissipazione. Qui l’eros diviene una forza primordiale terribile che devasta la ragione e la fede, in favore di appetiti violenti e irrefrenabili. Una forza talmente travolgente che riesce ad avere la meglio sul più devoto sentimento religioso, trasformando la figura salvifica del Cristo in una orrenda incarnazione di Satana, dal fallo eretto e dalle zampe caprine, intento a strangolare una donna (una strega, un’Eva o  per l’appunto un’idea generale di donna come “serva del demonio”) con i suoi stessi capelli, mentre costei rimane rapita dal mostro, con uno sguardo che denota estasi e orrore al tempo stesso. Le luci flebili delle candele, unite allo sfondo rosso sangue, al ghigno del mostro ed al simbolo di salvezza trasformato in strumento di piacere, rendono questa immagine una vera visione d’incubo, come se fosse uscita da un racconto di streghe e sabba seicentesco. A rinforzare il sacrilegio della croce contribuisce anche la scritta “Belz”, abbreviazione forse del nome diabolico “Belzebù”, al posto dell’”Inri” tipico; da notare è come la croce esecrata sia anche un leitmotiv dell’arte di Rops (ved. Le Tentazioni di Sant’Antonio, 1878).

Quello che Rops, con intento moralizzante, vuole dimostrare in queste tavole è l’assoluta incapacità dell’uomo nel riuscire a combattere le sue pulsioni primitive. Né la scienza, né la morale, né la religione riescono, in ultima sede, a porre un freno alla fame che rende l’uomo una creatura disumana. Fame che prende il nome di lussuria infernale, un peccato reso nuovamente terribile dall’artista dopo secoli in cui tale perversione venne vista soltanto come una licenziosa fantasia di cui sorridere. Col suo messaggio estremo, Rops pare inoltre ricondursi ai Padri della Chiesa, al Medioevo cristiano, per il quale la donna era veicolo di Satana: in ciò si rifà dunque ad una tradizione secolare, ma è chiaro che i mezzi “tradizionali” che usa per dare forza alle sue opere sono da coniugare in un mondo che è completamente nuovo. La donna è sì strumento di Satana, ma rappresenta non un solo genere, bensì tutti gli uomini, schiavi di loro stessi. E moderno di conseguenza è anche il Satana che rappresenta, non più il capro nero della tradizione, ma una bestia mutante ed ammaliatrice, capace di sedurre i mortali con facilità, penetrandone i sogni proibiti.

Concludendo, nell’arte di Rops, Baudelaire vide il medesimo significato che poi il letterato Joris-Karl Huysmans (autore del romanzo Controcorrente, 1884, massimo capolavoro dell’immaginazione e dell’estetica decadentiste) avrebbe formulato con eccezionale chiarezza in un capitolo del suo volume Qualcuno (1889): il Satanismo ritratto dall’artista non è che l’espressione della fede nella sua stessa negazione. Per Huysmans, la crasi fra estasi e dolore raggiunta da Rops è da considerarsi un prodotto ultimo fra le fascinazioni della stampa erotica disinibita di fine Settecento (di cui individua il più felice autore in Thomas Rowlandson) e quelle del disegno giapponese, ove al piacere si unisce una inesprimibile agonia, fino ad allora sconosciuta all’arte occidentale (ved. Il sogno della moglie del pescatore di Hokusai).  Félicien Rops era così il vero precursore di un’arte tremenda nel suo aspetto sessualizzato e graffiante nel suo contenuto morale: nessuno come lui seppe colpire nel vivo le usanze più taciute della Belle Époque. E’ chiaro come dal disegnatore più scandaloso di fine Ottocento sia nato un immaginario ben definito di sessualità deviata, satanismo, satira, orrore e critica sociale che sarebbe diventato un’iconografia di riferimento per tutti gli artisti successivi.

Ho avuto il piacere di vedere una stampa de Il Calvario realizzata in cera molle alla mostra “Il Simbolismo” presso il Palazzo Reale di Milano nella primavera 2017.

Francesco Bergo 

 

  

 

Annunci

Una risposta a "Félicien Rops, Calvario"

  1. Daniela ha detto:

    Conobbi l’arte di Rops un paio di anni fa grazie a un amico francese e mi colpi molto il suo tratto e la sua visione dissacratoria .Grande illustratore e acquafortista meriterebbe maggior risonanza in Italia.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...