L’ISOLA DEI CANI: Wes Anderson e l’arte della cura

Siamo in Giappone, più precisamente nella città di Megasaki, meno precisamente in un futuro non lontano dal nostro. Come conseguenza di antichi conflitti e della diffusione di una terribile influenza canina altamente pericolosa anche per l’uomo, il sindaco Kobayashi ha ordinato l’esilio di tutti i cani su quella che viene chiamata “l’isola dei rifiuti”. È su questa isola dei rifiuti che si articola l’azione principale del film, che vede come protagonisti un gruppo di cani e poi con loro Atari, un ragazzino di 12 anni finito sull’isola per cercare il suo cane.  

La trama originale è il punto di partenza, ma ciò che la rende estremamente più interessante sono le altre scelte principali che Anderson ha fatto per metterla in scena: la tecnica di animazione in stop-motion e il continuo bilinguismo tra inglese e giapponese.

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La stop-motion, che Anderson aveva già usato con successo in Fantastic Mr. Fox (2009), si è confermata con Isle of Dogs una tecnica capace di regalare al regista un’altissima capacità di controllo sull’azione, sul movimento e sulla scena: stasi e movimento vengono giocati con maestria e regalano momenti di grande comicità, ma anche di grande empatia. Sembra quasi una magia, pensando alla semplicità di un puppet davanti a una macchina da presa, ma il semplice non-movimento per esprimere uno stato d’animo o una battuta accompagnata da un cambio di prospettiva e da un’alzata di zampa riescono a essere eloquenti in una maniera che solo la stop-motion (nelle mani dei veri Autori) riesce a regalare. Bisogna però assolutamente ricordare che l’ottima riuscita è dovuta anche ai fantastici interpreti che hanno dato la voce ai personaggi: Bryan Cranston, Edward Norton, Bill Murray, Tilda Swinton, Frances McDormand, Greta Gerwig -solo per dire i più famosi- Wes Anderson affida anche le più piccole parti a grandi attori capaci di far risaltare ogni personaggio e renderlo unico.

 

L’altra scelta originale di Anderson è il bilinguismo: cani che parlano inglese (o più semplicemente, la lingua dello spettatore) e umani che parlano giapponese, che a volte viene tradotto attraverso meccanismi interni alla narrazione (per capirci: ci sono dei personaggi-traduttori). I cani sono quindi più umani degli umani? Che fosse solo questa l’idea che il regista volesse convenire, sembra quasi banale. La risposta, o meglio la domanda, potrebbe essere invece questa: c’è incomunicabilità tra cani e umani? E di conseguenza, guardando il film non ci si potrà non chiedere: cosa o chi rappresentano i cani? I cani sono le minoranze oppresse, sono le vittime del complotto, sono l’alleato tradito, ma potrebbero anche essere il nostro futuro, se lasciamo che il culto della personalità prevalga. “Chi siamo? Chi vogliamo essere?” si chiede il piccolo Atari. Come nei migliori film, la risposta non sarà data dal regista ma dallo spettatore.

 

L’Isola dei cani è un grande film di cura. Cura nel senso più positivo del termine: ogni puppet, ogni piccolo set, ogni scelta di messinscena è proprio lì dove deve essere. Sia che si parli di tutto quello che sta davanti alla macchina da presa, che del modo in cui tutto è ripreso, ogni operazione del demiurgo-regista è pensata per essere significativa e allo stesso tempo armoniosa con ciò che la circonda. Cura, poi, come insegnamento della fiaba: la cura, l’attenzione per ciò che ci circonda è l’unico modo per far sì che non ci siano nuove isole dei rifiuti

 

Bianca Ferrari

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