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Dom. Nov 17th, 2019

La fusione degli spazi nelle fotografie di Abelardo Morell

Dopo uno sguardo agli interni desolati di Lee Friedlander, di cui si è parlato nell’articolo precedente, entriamo ora nelle case fotografate dall’artista cubano Abelardo Morell.

Il progetto, intitolato Camera Obscura, prende il nome dalla precorritrice della fotocamera, una stanza buia composta da un piccolo foro (detto stenopeico) dal quale entra la luce, che proietta sulla parete opposta l’esterno ribaltato, la quale fu utilizzata inizialmente dai pittori per riprodurre più facilmente grandi paesaggi o edifici.

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L’artista ritorna alle origini della fotografia, adottando questo processo per fondere la visione di due spazi, uno interno e l’altro esterno, creando ambientazioni surreali, cariche di duplici atmosfere.

Due mondi che si uniscono e convivono su uno stesso piano senza nessun artificio digitale, sfruttando esclusivamente le proprietà della luce. Il suo processo consiste nell’oscurare tutte le finestre con dei pannelli neri, lasciando passare la luce da un piccolo foro, sotto il quale posiziona una fotocamera analogica di grande formato, registrando il lento trapasso della luce, arrivando anche ad esposizioni che vanno dalle cinque alle dieci ore.

Il progetto, iniziato nel 1991 all’interno del suo salotto, continua a viaggiare nelle case di più parti del mondo, includendo in un’unica immagine due punti di vista opposti, permettendoci di guardare alla finestra senza escludere lo spazio in cui ci troviamo.

Il processo fotografico viene, poi, migliorato mediante l’aggiunta di un prisma sul foro, ed esso, riportando la proiezione nella posizione corretta, aumenta ancora di più la suggestione di una comunione tra interno ed esterno, sicuro ed incerto, intimo e superficiale.

La ricerca prosegue uscendo dagli interni delle case per concentrarsi sulla trama della terra e il contesto che la circonda, nel progetto Tent Camera, all’interno del quale la camera oscura si trasforma in una tenda da campeggio e diventa, quindi, trasportabile.

Jamie M. Allen parlando di questo lavoro nel suo libro “Picturing America’s National Parks” (2016) racconta che:

“le fotografie che ne risultano sono un mix di immagine e texture. L’immagine è quella di una vista panoramica comune; la trama, tuttavia, deriva dalla terra stessa, il luogo stesso in cui si trova per sperimentare il paesaggio. La copertura del terreno – sporcizia, calzini, erba e sabbia – in genere si trova ai piedi dello spettatore, ignorata a favore del panorama. Morell, al contrario, lega il terreno alla vista scenica, trasformando la geologia del paesaggio nella sua tela “.

La sua poetica si caratterizza per una continua dialettica tra mondi opposti: l’intimo del quotidiano si unisce al caos delle città, la spontaneità della terra agli artifici dell’uomo.

Maria Brogna

 

                                              

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