Diabolik, il cult del maestro dell’orrore

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Siamo tutti in trepidante attesa per il film su Diabolik dei fratelli Manetti, ma nel 1968 Mario Bava aveva già reso omaggio al fumetto delle sorelle Angela e Luciana Giussani con il suo Diabolik, un’opera che meritatamente è diventata di culto nell’immaginario artistico italiano.

A Clerville regna il caos a causa di Diabolik (John Phillip Law) lo spietato criminale mascherato dagli occhi glaciali che, insieme alla complice e amante Eva Kant (Marisa Mell), riesce a portare a termine l’ennesima truffa, questa volta di ben dieci milioni di dollari. Il criminale si crede invincibile e superiore al resto del mondo, in particolar modo si fa spesso beffe dell’ispettore Ginko (Michel Piccolo). Infatti l’ispettore manifesta un’ossessione maniacale per il ladro e tenta ogni stratagemma pur di intrappolare Diabolik che, nel frattempo, all’interno del suo covo segreto alterna a momenti di amoreggiamento serafico con Eva quelli adrenalinici in cui elabora piani malvagi.

Se nel panorama cinematografico italiano è mancata (a parte qualche eccezione) per molto tempo un’attenzione per il genere fantastico, dal 1960 qualcosa cambia. E Mario Bava, come è noto, è stato uno dei registi che hanno dato inizio al filone dell’orrore all’italiana. Si apre così una nuova strada, anche se poco seguita, all’interno della nostra storia cinematografica, da La maschera del demonio Bava trasgredisce i canoni imposti dalla censura tracciando un percorso oscuro. Così anche in Diabolik cerca di conservare il più possibile una certa dose di aggressività, ridotta dal produttore Dino De Laurentiis, e le sue scenografie illusorie sono pensate tenendo conto dei fumetti e del clima da incubo che si cela attorno al ladro. Bava ha arricchito Diabolik di effetti speciali che fra mascheramenti continui e esplosioni fanno sì che si crei un’elevata condizione di suspense anche senza una forte traccia narrativa. Il film tende infatti ad inghiottire lo spettatore che deve poi barcamenarsi all’interno della mente malata, ma geniale di Diabolik. Il ladro e la sua compagna, altalenandosi fra gag comiche e suspence, si prendono gioco di chi li osserva, esattamente come fa la regia con i suoi ricorrenti, fastidiosi e stranianti zoom e la colonna sonora di Ennio Morricone che pare evidenziare il sadismo di Diabolik nei confronti del mondo.

Diabolik nonostante Bava non fosse giustamente soddisfatto del risultato finale, è un film ricco di humor nero che tende verso una forte esaltazione erotica dei personaggi e ad una macabra visione del destino. Così rimane l’amaro in bocca se si pensa che, a causa del terrore di De Laurentiis per la censura, al grande maestro dell’orrore sono state tarpate le ali. Chissà quanto la sua fantasia lo avrebbe fatto osare nelle curve dell’orrore e fino a quali limiti si sarebbe spinto se non fosse stato per quei confini.

Carolina Minguzzi

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