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Gio. Dic 12th, 2019

L’autorialità celata di Ferdinando Di Leo: La città sconvolta

Oltre all’ascesa del ben più riconosciuto cinema degli autori esplicitamente schierati in campo politico, i temi sociali che affliggevano l’Italia negli anni ’70 hanno generato anche un fitto sottobosco, rigoglioso ed intricato, popolato da strane creature. Esseri che senza ammantarsi di nobili intenti miravano a giustificare la propria esistenza suscitando l’apprezzamento di un pubblico non troppo esigente.
In questa terra ostile, spesso evitata o approcciata con sospetto, staziona il cinema noir di Ferdinando Di Leo, autore disimpegnato per eccellenza, il quale nel 1975 dirige La città sconvolta – caccia spietata ai rapitori, un film ostentatamente definito “su commissione” per il produttore Galliano Juso ed ispirato ad un evento reale finito sotto i riflettori della cronaca dell’epoca.
Partendo da queste premesse, Di Leo realizza un’opera che si cura ben poco di mantenere una ferrea attinenza al reale, utilizzando semmai la storia come abile pretesto per alimentare il trauma del protagonista in modo da giustificare la brutalità degli atti da lui perpetrati nel momento della deflagrazione della sua rabbia.  Luc Merenda veste i panni di Mario Colella, umile meccanico che si mantiene con il lavoro nella sua piccola officina e che viene sconvolto dal dramma del rapimento del figlio Fabrizio, sequestrato mentre era in compagnia dell’amico Antonio, rampollo di un ricco ingegnere. I ragazzi vengono segregati dai loro rapitori, i quali chiedono un’ingente somma di denaro come riscatto per la loro liberazione.

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Un incipit di estrema limpidezza che sfocia volentieri nel territorio della didascalia più grossolana. La distinzione tra ricco imprenditore ed operaio sull’orlo della miseria (proletario nel senso più stretto del termine) viene marcatamente delineata senza timore di incepparsi in una caratterizzazione manichea. I padri timorosi per le sorti dei figli rappresentano due poli esattamente opposti e, come tali, essi reagiscono al trauma della perdita e, sempre conformi a dei ruoli imbrigliati alla loro estrazione sociale, si adoperano per il recupero dei giovani ragazzi. L’esuberanza del povero genitore che nel figlio ripone la propria maggiore ricchezza si scontra con la freddezza del facoltoso benestante, il quale, pur disponendo della somma richiesta dai rapitori, tende a ridimensionare la gravità della situazione, intraprendendo un pericoloso gioco di forza con il gruppo di criminali, la cui posta in palio è niente meno che la vita dei due ragazzini.
Questa puerile esternazione di forza, viziata dal vile attaccamento al denaro, conduce all’epilogo più tragico e forse più inatteso, vista la leggerezza trasudata dalla prima parte del film. Una svolta le cui conseguenze ricadono pesantemente sulle spalle del protagonista Mario che, già stremato dalla situazione di partenza, raggiunge ed oltrepassa il punto di rottura, attuando una metamorfosi che produce una netta virata nell’incedere della storia.
Proprio in questo tratto emerge il reale intento dell’operazione, la quale sveste i panni del dramma sociale dietro ai quali si era goffamente celata in un primo ed abbondante momento, per sguinzagliare la dinamica creatività del regista, finalmente libero di maneggiare del materiale che maggiormente si presta ad essere modellato secondo il suo gusto. In questa fase viene anche giustificata la presenza di Luc Merenda come protagonista, non particolarmente disinvolto nel ruolo del padre in apprensione e molto più a suo agio nell’incarnare lo spietato vendicatore in cerca degli assassini.
Nel momento in cui si concentra sulle sequenze di pura azione, il film mostra il proprio lato migliore, attraverso una serie di passaggi coreograficamente ben congegnati e uniti ad una violenza mostrata senza ritegno, ma anzi cavalcata ed esasperata fino a neutralizzarne l’aspetto più crudo in virtù dello spettacolo.

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La città sconvolta rappresenta un tassello dissestato ma senz’altro piacevole all’interno della carriera di Ferdinando di Leo, nella quale, pur senza particolari ambizioni, non sempre i risultati si sono rivelati del medesimo livello. Per un film come questo o un epigono parimenti godibile come I padroni della città (1976), il regista si è reso protagonista di prove decisamente più problematiche, come I ragazzi del massacro (1969). Un percorso altalenante che magari non ha fatto di un regolare standard qualitativo la propria caratteristica ricorrente, ma ha saputo quantomeno mantenere un’audacia ed uno slancio aggressivo in grado di generare una linea stilistica marcata e riconoscibile, se non addirittura autoriale.

Andrea Pedrazzi

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