Midsommar: puro significante senza significato

Dopo il suo debutto alla regia solo un anno fa con Hereditary, Ari Aster torna sui grandi schermi quest’estate con un altro horror, Midsommar. Ambientato nell’idillio di una comune nelle campagne svedesi, Midsommar segue Dani, interpretata dalla “attrice del momento” Florence Pugh, che insieme al fidanzato, Jack Reynor, e a un gruppo di amici tutti dottorandi in antropologia fa visita alla comune per partecipare alle celebrazioni del solstizio d’estate. E dopo la tragica morte di tutti i membri della sua famiglia, quale migliore occasione per allontanarsi per un po’ da casa e dalla vita di ogni giorno?

Tra fluttuanti abiti di lino, sole accecante, funghi allucinogeni e ghirlande di fiori, i membri della comune nascondono un secondo fine alla loro ospitalità per questi visitatori.
Per quanto le usanze e le tradizioni della comunità siano orrifiche e macabre, e certe scene forse un po’ troppo splatter per i gusti di molti, Midsommar non si può definire un horror.
Durante lo svolgimento del film, Aster sembra più impegnato a curare l’estetica del film piuttosto che a fornire alcun genere di sostanza ai suoi personaggi o alla trama. Per quanto intriganti, le tradizioni e i rituali pagani della comune non sono esplorati fino in fondo e, sebbene si protraggano tediosamente per gran parte della durata del film (quasi due ore e mezza), risultano essere solo puro significante senza significato: dietro le rune non c’è alcun mistero da decifrare.

Per quanto sia ammirevole il tentativo di Aster di scrivere un horror che si svolge per la sua interezza alla luce del sole perenne dell’estate scandinava, fallisce miseramente nel creare alcun senso di tensione e pericolo, fondamentale in ogni film che voglia darsi il titolo di horror. Specialmente nel finale, quando ormai solo i due protagonisti sono sopravvissuti e dovremmo essere tutti incollati allo schermo nella speranza che riescano in qualche modo a salvarsi, il loro destino è talmente ovvio e loro ormai completamente persi nelle grinfie della comune che lo spettatore spera solo che questo supplizio finisca il più presto possibile.  

In Midsommar, Ari Aster conferma le sue abilità registiche e di orchestrazione, che però sarebbero forse meglio impiegate nel portare alla luce le sceneggiature di qualcuno più talentuoso nella scrittura. Per quanto intrigante sia il soggetto, il film ha la pecca di non portare a fruizione le proprie premesse: il dolore di Dani per la morte dei genitori e della sorella non ha alcuna funzione narrativa e molti dei personaggi, incluso Mark, per cui Will Poulter è sprecato, non hanno alcun impatto nello svolgimento del film, che arriverebbe alla stessa identica conclusione anche se loro non ci fossero.

L’unica cosa che si salva dell’intero film è la performance di Florence Pugh, già eccellente nel suo debutto da protagonista nel 2016 in Lady Macbeth, che qui si conferma essere una delle giovani attrici più talentuose del momento e decisamente una personalità da tenere sott’occhio negli anni a venire.

Lisa Wehrstedt

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Autore: Cabiriams

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