ANIMA: cosa sta succedendo ai sogni?

Sul set di Suspiria di Luca Guadagnino qualcosa è rimasto in sospeso: il flusso creativo tra Thom Yorke e il coreografo Damien Jalet non si è esaurito e ne è scaturito Anima, diretto da Paul Thomas Anderson. Anima, pubblicato su Netflix, a seconda dei punti di vista può essere inteso come un cortometraggio musicale che omaggia le commedie del cinema muto, un videoclip musicale cumulativo, un sequel narrativo della performance Skid, un atto d’amore o tutte queste cose messe insieme.

Proprio mentre Jalet stava organizzando una nuova messa in scena del suo spettacolo coreografato Skid, Thom Yorke propone di collaborare per sviluppare alcune suggestioni createsi attorno al concept del nuovo album: uno scenario distopico tra Metropolis e 1984, corpi non funzionanti in balia di forze invisibili, masse che insorgono, una realtà surreale che prende forma in un sogno tripartito in canzoni (Not The News, Traffic, Dawn Chorus).

È da Skid infatti che arriva l’idea più suggestiva del corto, nella parte centrale con il brano Traffic in sottofondo, basata su un concetto molto semplice: coordinare i movimenti dei ballerini non su una superficie piana, ma su una pavimentazione inclinata di 34°, giocando con l’effetto spettacolare prodotto dalla gravità. Anziché mostrare il trucco attraverso la presenza di punti di riferimento spaziali, Anderson propone di assecondare l’inclinazione della superficie con la macchina da presa. Questo senso di spaesamento nel veder scivolare via i performer da un piano apparentemente dritto ben si mescola con il minimalismo della fotografia di Darius Khondji, nel frattempo anche direttore della fotografia sul set di Too Old To Die Young di Refn, di cui si nota l’influenza nei colori urbani della terza parte del corto. La fotografia di Khondji esalta il contrasto tra le lunghe ombre scure proiettate sullo sfondo chiaro, dimostrando ulteriormente che a volte basta affidarsi agli elementi e alle idee più essenziali per realizzare un prodotto audiovisivo coinvolgente.

Lo spettatore si sposta tra gli scenari di una distopica Praga abitata da omini grigi in preda a spasmi coordinati, seguendo il percorso di Thom Yorke come nel video di Daydreaming, sempre diretto da Anderson. Il riferimento  agli alienati operai di Metropolis si unisce all’espressività fisica di Yorke, una sorta di Buster Keaton dall’occhio pigro che si aggira in questo mondo onirico con la sua valigetta porta pranzo.

Il furto di quest’oggetto diventa il pretesto narrativo di una ricerca attraverso la città, una ricerca che è anche quella dell’amore per una donna misteriosa incontrata sulla metro e interpretata dall’attuale partner di Yorke Dajana Roncione. Questa piega romantica va inaspettatamente ad addolcire la parte dedicata a Dawn Chorus, nonostante il testo del brano richiami un amore disilluso. Lo spaesamento e l’alienazione iniziali si risolvono nella stabilità di un amore puro a cui affidarsi, da cui farsi avvolgere e da cui farsi condurre nei momenti di smarrimento dell’anima. Un amore che forse rimane solo un sogno e svanisce con la luce dell’alba.

Giulia Silano

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Autore: Cabiriams

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