Sab. Set 19th, 2020

“Cerasella”: la colpa di essere libera

Bella, giovane (anzi giovanissima), indecisa, ma assolutamente consapevole di sé: questa è Cerasella, protagonista dell’omonimo film del 1959 di Raffaello Matarazzo. Una storia d’amore balneare, ambientata sulla costa napoletana, e volubile nella definizione del suo genere quanto la sua protagonista, costantemente indecisa sui propri sentimenti. Cerasella (Claudia Mori) dovrebbe sposare Arturo, ma poco prima di salire sull’altare cambia idea, e scappando finisce sull’imbarcazione di Bruno (un altrettanto giovanissimo Terence Hill, ancora Mario Girotti, appena ventenne), un giovane borghese. Da questo momento, la vita già scombussolata della vulcanica Cerasella entra di forza in quella di Bruno, e i due personaggi continuano ad attrarsi e a respingersi per tutta la durata del film, fino alla risoluzione finale.

Una sorta di flapper nostrana, quella di Matarazzo, dura lavoratrice e donna autodeterminata, che non si lascia schiacciare da nessun uomo le si approcci: Cerasella non accetta che nessuno, al di fuori di lei, la determini, a costo di mettere la testa nell’acqua alla rivale, o di mettere in crisi un manipolo di soldati. Non per questo Cerasella non può essere anche lei fragile, e piangere tra le braccia del carissimo zio (Luigi De Filippo), che la consiglia sempre in modo onesto e le insegna a capire ciò che lei, e solo lei, desidera. Nonostante il film si chiuda ovviamente con un matrimonio, rito cinematografico per assolvere le colpe di un personaggio femminile esuberante, Cerasella ha il merito di portare sullo schermo una rappresentazione femminile rara, ma verso la quale il tempo – e ancora, la critica – non è stato così clemente, affossando il film per una serie di altre “colpe”.

Né dramma né commedia, né pellicola neorealista né dignitoso film di costume, Cerasella sembra infatti scontare su di sé la decennale diatriba sulla dignità del film popolare: in questo caso la colpa del film, oltre a quella di essere appunto di genere “indefinibile”, sembra essere quella di avere in qualche modo aperto la strada al musicarello, che intensamente e altrettanto brevemente intaserà i botteghini italiani dei ’60. Pellicole, i musicarelli, descritte dalla critica coeva solo come vetrine di sfruttamento per canzoni di successo (quali effettivamente erano), film fatti di trame fragili e performance attoriali frivole (Gianni Morandi è stato uno degli attori più gettonati del genere), ma quasi mai viste come documenti di un momento della società e del costume della storia italiana. Il film è infatti accompagnato da due canzoni del famoso cantautore napoletano Roberto Murolo, una di Tito Manlio e la canzone “Cerasella”, scritta da Ugo Pirro: le canzoni però non sono performance che interrompono bruscamente la narrazione, come nei film dei Sessanta, ma sono parte dell’azione o tema di commento alle vicende dei due giovani e al loro amore confuso.

Ed è un’altra colpa, la “leggerezza”, soprattutto se opposta all’ancora pesante fardello del confronto con il neorealismo, la cui eredità è stata così pesante da scontare per il cinema italiano, che si è dovuti ricorrere alla definizione di neorealismo rosa. Diverse colpe, pochi meriti: se l’errore di Matarazzo è stato quelli di avere creato uno strano contenitore di canzoni popolari e generi, noi la colpa ce la prendiamo tutta e diciamo che il film, invece, ci ha fatto sorridere, e che a Cerasella vogliamo bene anche se “cambia idea ogni giorno… non puoi mai sapere”.

Bianca Ferrari

 

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