Guardando in sequenza i due film di Scola dell’89 – Splendor e Che ora è? – saltano subito agli occhi il cambio di prospettiva e l’ambientazione “ridotta” di queste due opere.
Ettore Scola sembra voler prendere una pausa dai racconti collettivi, dai grandi bilanci generazionali, per riscoprire una dimensione narrativa più intima, più riservata.

Protagonisti della storia sono ancora una volta Mastroianni e Troisi, trasformati per l’occasione in padre e figlio. Un padre alla disperata ricerca di recuperare il tempo perduto, di esorcizzare un’assenza va a trovare un figlio evasivo e sognatore nella città dove fa il servizio militare.

Fin dalle prime battute capiamo che la visita non sarà un idillio di cameratismo e amicizia ma diventerà l’occasione per riaccendere antiche dispute, riaffermare malintesi e divergenze. Padre e figlio sembrano inseguire se stessi attraverso dialoghi spezzati che sono in realtà monologhi, soliloqui nei quali ciascuno cerca il senso del proprio stare al mondo.

Da un lato ci sono la società del dopoguerra fatta di una devozione e di sacrificio totale al lavoro, di ore sottratte alla famiglia e agli affetti, c’è il rimpiato per l’impossibilità di poter tornare indietro. Dall’altro una società “liquida” nella quale il lavoro non è un obiettivo totalizzante, i rapporti di coppia non sono più vincoli assoluti, l’abbondanza di opportunità crea spaesamento.
L’ostinazione di un padre che vuole a tutti i costi entrare nella vita di suo figlio all’ultimo momento si trasforma in un maldestro tentativo di ricucire uno strappo che non è solo familiare, è generazionale, cognitivo. Le due società sono distanti anni luce, senza possibilità di reciproca comprensione.

In questo apparente deserto comunicativo la sincerità dei gesti sembra essere la sola forma di dialogo possibile: un vecchio orologio del nonno apre uno spiraglio di tenerezza tra due semi-sconosciuti che si ritrovano ad uno stesso tavolo. In Che ora è? assistiamo a momenti di grande ilarità  e di amarezza, troviamo la goffaggine e la dolcezza che accomunano i due personaggi e che fanno simpatizzare lo spettatore ora con uno e ora con l’altro.

Quello che rende questo film un piccolo gioiello è la sua apparente, a tratti eccessiva, “artigianalità”. Non mancano errori tecnici, vistose imperfezioni e incongruenze narrative; eppure è proprio questa atmosfera di improvvisazione a renderlo speciale  rispetto ad altre opere di Scola.
Questo suo tono minore lo trasforma in un  piccolo miracolo raccontato sottovoce.

Marco Lera