La seconda parte del settimo capitolo della saga di Harry Potter, manco parlassimo di un manuale di diritto, si apre con Lord Voldemort che, come un Igor (leggasi Aigor) qualsiasi, apre il sepolcro di Silente per appropriarsi della bacchetta di sambuco, uno dei tre Doni della Morte.

Mentre l’antagonista si diverte a profanare tombe di personaggi famosi, Harry ne ha dovuta creare una, mostrando grandi doti da incisore su pietra, per il piccolo Dobby, morto perché molto lento a smaterializzarsi.

Scopriamo anche che Harry e i suoi amici hanno aperto un bed&breakfast in riva al mare dove soggiornano ex-prigionieri del Signore Oscuro, in particolare Olivander e Unci-Unci (uno dei folletti della Gringott), che gli rivelano notizie succose riguardanti la connessione tra le bacchette dei due maghi più in voga del momento e su un horcrux, nascosto nella camera blindata di Bellatrix Lestrange.

I nostri tre, mossi dall’unico obiettivo di distruggere qualsiasi cosa mai venuta in contatto con l’anima di Tom Riddle, non se lo fanno dire due volte e con poche gocce di Pozione Polisucco (che nel secondo capitolo era una piaga da preparare e ora la trovi praticamente al distributore di bibite) ecco che Hermione si trasforma in Madame Lestrange, mentre Ron si attacca un pizzetto finto (bello sforzo) e Unci-Unci cavalca Harry sotto il mantello dell’invisibilità. Peccato che Hermione sia bravissima sui libri ma che fatichi ad entrare nel personaggio, smerdandosi dopo mezzo secondo di permanenza a Nocturn Alley. E se lo capisce un cavernicolo figuriamoci gli scaltri folletti della Gringott, che nasano puzza di marcio al primo passo di Hermione nell’edificio. Ma Harry spiazza tutti con la maledizione imperio (ma non era imperdonabile?) sul direttore della banca, che gli permetterà di mettere mano sulla coppa di Tassorosso, horcrux number four, lasciando in cambio a Unci-Unci la spada di Grifondoro, oggetto che, come oramai sanno anche le nostre nonne, non può essere posseduto da alcuno perché si diverte a sparire di frequente.

Ma non c’è tempo da perdere, che il libro è lungo: nemmeno il tempo di saltare giù da un drago in volo che Harry vede, col suo GPS incorporato che riceve da satellite Voldemort, l’ubicazione del prossimo horcrux. E poteva essere un altro posto, se non Hogwarts? Che poi ci chiediamo che mossa sia piazzare in braccio a Silente un horcrux, ma va bene così, niente domande.

I tre si fiondano a Hogsmeade per utilizzare il passaggio segreto che porta alla scuola, un po’ a cazzo di cane perché tanto “quando mai uno dei nostri piani ha veramente funzionato” (Harry, in un momento di consapevolezza potente); qui il grande irreprensibile Yates a.k.a. Non-sapevo-facesse-anche-cinema, ci introduce il fratello di Silente, Aberforth, che oltre ad averli aiutati e protetti a distanza, ci spadella in tempi record tutti i vecchi screzi tra lui e Silente e la storia di Ariana, la sorella morta giovane di cui Albus se n’è un po’ fregato perché, eh bè, deve avere anche lui un lato oscuro (come se non bastasse essere ossessionati dal sorbetto al limone). Guarda caso dietro al quadro di Ariana c’è un altro passaggio che porta dritti dritti a scuola, da cui sbucherà Neville, sempre più allungato e sempre meno Paciock, che li accompagna dal resto dell’esercito di Silente. Qui Luna, che dovrebbe sembrare fessa ma risulta costantemente tra i pochi svegli, nonostante i ridottissimi indizi di Harry, individua in un amen l’horcrux legato a Priscilla Corvonero: il suo diadema, ovviamente scomparso da secoli e secoli.

Catapultati alla velocità della luce dentro Hogwarts, il neo preside Piton redarguisce gli studenti che Potter è stato avvistato, minacciando rappresaglie se venisse a sapere che qualcuno lo ha coperto. Harry, ancora incazzato come una biscia per il tradimento dell’ex professore di Pozioni ai danni di nonno Albus, esce dal gruppone di coetanei come un pistolero leoniano, ricoprendolo di insulti. Segue un duello tra la McGranitt e Piton, che in inferiorità numerica se la dà a gambe dopo un paio di capriole da pallina rimbalzina.

Ora Hogwarts è di nuovo un luogo amico, ma le risate durano poco, appena il tempo di accendere qualche fiaccola per festeggiare: Voldemort parla a tutti in stereofonia, con alcune interferenze che ricordano gli annunci al Publiphono sulla riviera romagnola, dicendo che se consegneranno Potter entro un’ora, a nessuno verrà torto un capello. Tranne che ai babbani, ai mezzosangue e a quelli che gli stanno antipatici, che è il motivo per cui sta facendo tutto ‘sto casino, ma è una parte che si è dimenticato, oh può capitare. A questo punto la McGranitt, visto che la signorina Parkinson, amichetta di Malfoy e compagnia, porgerebbe volentieri il Prescelto al Signore Oscuro su un piatto d’argento con contorno di patate, decide di spedire tutta la casa Serpeverde nelle segrete, esaudendo probabilmente uno dei suoi desideri più reconditi, nonché un atto piuttosto discriminatorio (ce ne sarà uno buono, o no?).

Dal gran rifiuto, la guerra comincia: mentre tutti si mettono a difendere il castello, Harry scopre dal fantasma incazzereccio della figlia di Corvonero che il diadema scomparso è, chi l’avrebbe mai detto, nella stanza delle necessità. Hermione e Ron intanto ci fanno due favori: distruggere la coppa di Tassorosso con una zanna di Basilisco (non ce la faccio, troppi ricordi) staccata fresca fresca dallo scheletro ancora posto nella Camera dei Segreti, e limonare duro.

Voldemort giustamente si inalbera (per l’horcrux, non per il limone) e con la sua bacchetta di sambuco, urlando fortissimo, sprigiona tutta la sua potenza contro le misure di difesa del personale scolastico, ma la suddetta bacchetta, vuoi per i tarli, vuoi perché non è di sua proprietà, inizia a creparsi. La breccia si è comunque creata, e i cattivi entrano a scuola.

Harry, Hermione e Ron trovano nella stanza delle necessità il diadema, ma anche Draco, Zabini (il sostituto di Tiger, il cui attore aveva già un po’ troppi guai con la legge) e Goyle che, appiccato un falò di cui rimarrà egli stesso vittima, rischia anche di ammazzare la sua bionda guida spirituale; se non fosse che Potter compie uno dei gesti più onorevoli, salvandogli le chiappe ariane. Distrutto immediatamente anche il diadema, horcrux number five, Harry drizza le antenne e si riconnette al Signore Oscuro, raggiungendolo mentre disquisisce con Piton su di chi sia la bacchetta di sambuco. Appurato che appartiene al Professore, in quanto persona che ha ucciso il suo vecchio proprietario, a Voldemort non resta altro che terminarlo per avere finalmente il pieno possesso del primo Dono della Morte. In una delle scene meglio riuscite dell’intero film, Piton soccombe a Nagini, non prima di aver lasciato ai misericordiosi tre, accorsi in suo aiuto, alcuni suoi ricordi fondamentali sotto forma di lacrime, e aver buttato lì un sempreverde “hai gli occhi di tua madre”.

Tornati al castello, scopriamo che altri della grande famiglia allargata di Harry hanno perso la vita e che, grazie al pensatoio di Silente e ai ricordi di Piton, è pronto lo spiegone sul loro piano, sul fatto che Albus fosse in fase terminale dopo la distruzione di un horcrux e abbia chiesto a Severus di ucciderlo al momento giusto (al fine di guadagnarsi la cieca fiducia di Voldemort), assieme alla origin story del professore e del suo amore per Lily Potter. Ma ancora più importante, scopriamo che Harry stesso è un horcrux: involontario, ma comunque con la capacità di mantenere in vita il suo avversario, e quindi destinato a morire per raggiungere l’obiettivo finale.

Harry a questo punto saluta tutti, andando incontro alla morte, in un nobile atto di sacrificio. Ma proprio in questo momento il boccino d’oro, ereditato da Silente, “si apre alla chiusura” (quindi dinanzi alla fine), permettendo a Harry di scovare l’ultimo Dono della Morte: la pietra della resurrezione, che farà girare tre volte nella sua mano come da foglio illustrativo, prima di immolarsi.

Dopo un incontro con Silente, in una sorta di Paradiso talmente smarmellato da sembrare il set de Gli occhi del cuore – che come gli riferisce l’ex Preside sta accadendo nella sua testa, ma non per questo è meno reale –, Harry torna in vita, e con la complicità degli insospettabili Malfoy, riesce a farla sotto il non-naso di Voldemort.

Il film è stato, neanche a dirlo, un successo mondiale: sforato abbondantemente il miliardo e le tre centinaia di milioni, sbriciolati record in mezzo mondo, successo di critica, metacritic, pubblico, e rotten pubblico, a concludere economicamente in bellezza una sontuosa cavalcata di dieci anni. Un lungo arco temporale, in cui assieme ai personaggi e agli attori, siamo cresciuti giocoforza anche noi e che non ha lasciato scampo all’affetto.

Di Yates e della sua maledizione abbattutasi su questa saga ne abbiamo già parlato ripetutamente negli approfondimenti precedenti (quelli veri, col maestro Pedrazzi): la quasi totale perdita dell’alone fiabesco coadiuvata da un’esagerata serietà, la sensazione di essere di fronte a freddi assemblaggi di scene come fosse un ricettario, la pessima direzione degli attori (su tutti Ralph Fiennes, il cui Lord Voldemort in questo ultimo capitolo non dà mai il sentore di essere una vera minaccia), la mancanza di tasselli e di spiegazioni minime ma necessarie, oltre che di stile.

Questo film, banalmente, non emoziona come dovrebbe: chiaro, dopo dieci anni avrebbero potuto riprendere dei calzetti inforcati come burattini e comunque avremmo avuto la pelle d’oca, come succede quando ogni relazione duratura della nostra vita arriva al termine. Eppure, il trucco posticcio nella scena finale, la faccia inebetita del muto Ron adulto, le acconciature da casalinghe di Ginny ed Hermione, lasciano un sapore amaro di lavoro sbrigativo e lasciato a metà, a quel quarto capitolo che rappresenta l’ultimo capace di donare qualcosa agli spettatori. Per fortuna ci pensa il tema dell’immenso John Williams, in sottofondo a questa scena, malinconica per forza, a riportarci con la memoria al 2001 e a quei tre undicenni sul treno per Hogwarts, destinati a grandi cose.

Federico Benuzzi