«Che cos’è lo spazio del performer?». Questa era la domanda che dava il titolo, al workshop internazionale tenutosi nel novembre 2018 presso il Polo Universitario “Città di Prato” (sede distaccata dell’Università degli Studi di Firenze) aperto a professori e studenti. Una domanda utile, oggi, in un momento inusuale per la cultura performativa, che fornisce un pretesto per riflettere sulle nuove forme di spettacolo, concepite e realizzate dagli addetti ai lavori, nate per sopperire all’assenza di qualsivoglia forma di spettacolo dal vivo (riti liturgici esclusi).

In mancanza della sala, in assenza della relazione diretta tra pubblico e attori, fondamento di un’arte con radici profonde, il teatro tenta di restare fruibile: in forme diverse, in ambienti virtuali e per una platea composta sempre più di singoli individui accomunati non dalla sala, ma dallo schermo.

Tra le varie iniziative degli addetti ai lavori, una tra le più interessanti e unica nel suo genere è l’esperienza di Backstage del Teatro Stabile del Veneto; una piattaforma online, gratuita per gli utenti previa registrazione, nata dalla volontà di portare lo spettacolo al pubblico che non avrebbe altrimenti modo di goderne. Il catalogo, dal layout contemporaneo e intuitivo (sul modello dei lontani cugini Netflix, Amazon Prime ecc.), cerca di accontentare il più ampio pubblico possibile con: spettacoli di prosa (I due gemelli veneziani), concerti di musica classica (Omaggio al grande Ludwig), opera lirica (Rigoletto), una sezione dedicata alle famiglie e altro ancora. Tutti contenuti pensati e realizzati, come si legge sul sito del Teatro, esclusivamente per il web (con le dovute eccezioni nate per la sala e riadattate successivamente), alcuni dei quali pubblicati e poi rimossi dal “cartellone” come in una vera stagione teatrale – è il caso del testo di Goldoni – mentre altri presenti costantemente on demand.

Per presentare (in ritardo di tre mesi dalla sua uscita) l’iniziativa, ho deciso di parlare di uno spettacolo di prosa: I due gemelli veneziani, una commedia degli equivoci scritta da Goldoni nel 1747 e oggi presentata con la regia di Valter Malosti (attualmente non più visibile sulla piattaforma Backstage). Lo spettacolo, frutto di una coproduzione che ha visti coinvolti Teatro Stabile del Veneto, Teatro Metastasio di Prato e Teatro Piemonte Europa, avrebbe dovuto debuttare nel maggio 2020, e da allora ha subito numerose modifiche per adattarlo al medium diverso su cui sarebbe approdato. La più vistosa modifica si può rintracciare nell’impianto scenografico realizzato da Nicolas Bovey, dotato all’origine di due periatti girevoli (per il mutamento della scena) e sostituiti in seguito da semplici quinte mobili rivestite di panno nero, reso riflettente, per facilitare i movimenti degli operatori nella realizzazione dei piani sequenza. La scena, spoglia per rappresentare gli esterni, talvolta è occupata da un semplice tavolo senza le sedie per richiamare gli ambienti interni; a ciò si aggiunge l’impiego di un fondale in tulle per dividere gli ambienti e facilitare i piani sequenza, utilizzato anche come siparietto per creare una sorta di azione in proscenio, nelle scene buffe di Colombina. Le stesse luci, dice Bovey, sono state adattate al nuovo mezzo e rese più cinematografiche. 

Una gestazione particolare l’hanno avuta anche i costumi, realizzati da Gianluca Sbicca nella sartoria del Piccolo Teatro di Milano con scampoli di repertorio, stavolta non per esigenze tecniche, ma registiche. Assistendo allo spettacolo, infatti, ci si accorge che gli abiti di norma settecenteschi per un testo di Goldoni, richiamano invece la foggia ottocentesca e sono perciò più funzionali, dice Sbicca, all’atmosfera cupa ricercata dal regista.

A fare da spalla agli attori, rispecchiandone i caratteri e le emozioni, c’è la drammaturgia sonora di G.U.P. Alcaro fatta di suoni che agiscono in sottotesto e che formano un apparato didascalico dei personaggi agenti in scena. A ciò si aggiunge una seconda funzione di riempimento della scena, povera di oggetti, e di creazione di un vero e proprio spazio sonoro a beneficio degli attori.

Asserisce Goldoni nella sua lettera all’editore Bettinelli, scritta come prefazione a I due gemelli veneziani: «Per ben condurre al suo termine la mia azione, mi è convenuto far morire in iscena uno de’ due Gemelli, e la di lui morte, che difficilmente tollerata sarebbe in una Tragedia, non che in una Commedia, in questa mia non reca all’uditore tristezza alcuna; ma lo diverte per la sciocchezza ridicola, con cui va morendo il povero sventurato.» [1]. La sensazione che si ha guardando lo spettacolo di Malosti è esattamente opposta a quella auspicata dall’autore veneziano: non salgono risa a spezzare la tristezza e il pianto per la morte del povero Zanetto (interpretato magnificamente da Marco Foschi). Ad accorgersi della tragicità insita nel testo e a renderla sulla scena, prima di quella odierna si possono citare due regie illustri del passato: quella del 1991 di Gianfranco de Bosio con protagonista Franco Branciaroli, si tratta di una «cruda e aspra»[2] del testo goldoniano, e quella del 2001 di Luca Ronconi con Massimo Popolizio. Su quest’ultima è lo stesso regista a rendere conto, in un’intervista, della scelta di mettere in risalto il lato tragico accanto al comico, una possibilità che diventa sintomo della contemporaneità dell’autore: «Non credo che questa commedia debba solo far ridere per gli equivoci che si creano: mi rifiuto di pensare che un autore come Goldoni non si sia reso conto che stava trascinando la sua trama ai limiti dell’incesto. […] Probabilmente questi sono schemi interpretativi distanti dalla commedia […] ma si può dire che un autore è nostro contemporaneo non quando lo vestiamo in giacchetta, ma quando riusciamo a inserirci dentro degli schemi narrativi, dei rapporti intersoggettivi che nella letteratura e nell’arte sono venuti dopo di lui»[3].

Valter Malosti resta sullo stesso binario presentando un lavoro in cui comico e tragico coesistono; a sancire questa unione indissolubile, al di sopra delle parti, fuori dalla scena e dalla storia e fuori anche dal copione di Goldoni (il personaggio infatti non compare nel testo originale), il regista inserisce il personaggio di Pulcinella – mutuato, in questa versione, da Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi di Agamben – quasi un’entità, un’idea che apre, interrompe e chiude lo spettacolo, «Egli è pura parabasi […]»[4]. Nello scritto di Agamben, un’attenta disamina sull’opera di Giandomenico Tiepolo realizzata nella villa di Zianigo sul finire del XVIII secolo, a intervallare la parte saggistica ve n’è una in cui si immagina un ipotetico scambio di battute tra Pulcinella e il suo creatore Giandomenico. Nel realizzare l’adattamento, Malosti si serve di quelle battute, sostituendo di volta in volta il Tiepolo con i personaggi della commedia goldoniana, facendoli così dialogare con la maschera campana. 

Da uno scambio in particolare, quello sul finire dello spettacolo tra Rosaura e Pulcinella, scaturisce l’idea che tragedia e commedia siano facce di una stessa medaglia destinate a unirsi in eterno (quella che segue è una trascrizione delle battute, così come sono riportate nel testo di Agamben):

ROSAURA: Il mondo ti fa ridere o piangere?

PULCINELLA: Tiene ment’ a ’sta mascara: nun vide ca je maje rido e maje chiagno o – pe’ meglio parlà – accussí forte astregno ’nzieme ’stí ddoje cose ca cchiú nun se po’ dicere: ‘È chesta!’ … ‘È chella!’ [5]

Lo spettacolo ad oggi non è più visibile sulla piattaforma Backstage, per rivederlo dovremo aspettare la sala. Ci auguriamo che sia il più presto possibile.

Note:

[1] C. GOLDONI, I due gemelli veneziani, «http://copioni.corrierespettacolo.it/wp-content/uploads/2016/12/GOLDONI%20Carlo__I%20due%20gemelli%20veneziani__null__U(10)-D(3)__Commedia__3a.pdf», consultato il 26/12/2020, p. 4.   

[2] S. FERRONE, La vita e il teatro di Carlo Goldoni, Venezia, Marsilio, 2011, p. 169.

[3] Conversazione con Luca Ronconi, in Carlo Goldoni e la regia contemporanea, a cura di L. Mello, in «VeneziaMusica e dintorni», IV, n. 17, luglio-agosto 2007, p.21.

[4] G. AGAMBEN, Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi, Roma, nottetempo, 2015, p. 45.

[5] ivi.

Tommaso Quilici