Molte volte mi sono chiesta, con aria quasi sognante, come, e da dove, ognuno di noi tragga ispirazione per poter poi dare vita ai propri lavori, alle proprie creazioni e alle proprie idee. Come immaginiamo tutto ciò? Ci lasciamo ispirare o siamo noi a creare, dal caos primordiale dei nostri pensieri, qualcosa di tangibile o visibile che prima non esisteva? 

Con Valeriano Grasso, fotografo siciliano di 26 anni adottato, come molti di noi fuorisede, dalla città di Bologna e studente di Scienze Filosofiche, oggi cerco di investigare, per quanto possibile, questo ambito un po’ misterioso ed estremamente sfaccettato, attraverso una conversazione che, partendo dalla sua ultima collezione fotografica Raccolta scelta non umana in tre atti (Ottobre 2020), assomiglia un po’ ad una passeggiata per i vicoletti di una città sconosciuta: alcuni elementi riportano alla mente ricordi lontani, altri aprono a nuovi orizzonti e panorami ancora inesplorati. Rispetto alle precedenti raccolte, come Maze o Monocromi, in cui l’artista predilige la modalità espressiva del ritratto, qui, come suggerisce anche il titolo, abbiamo una prevalenza del carattere “non-umano” dell’arte: fiori, animali, paesaggi e scorci ci accompagnano in un viaggio non solo visivo, ma anche emozionale, filosofico e letterario.

Quest’ultima raccolta di tue fotografie rappresenta un po’ un punto di svolta nell’evoluzione del Valeriano Grasso artista e appassionato di Filosofia. Come siamo arrivati a questo punto?

V: Direi che ci siamo arrivati grazie all’incontro “fortuito” con la Fujifilm: se io non avessi iniziato a studiare fotografia, e di conseguenza i vari strumenti fotografici, non mi sarei mai appassionato a questa macchina fotografica, la quale come una Musa, concreta e non astratta, mi ha “chiesto” di fare foto in maniera completamente diversa, per almeno due motivazioni: la prima è il colore. Quando utilizzavo Canon, ho sempre scattato in bianco e nero, mentre la Fujifilm mi ha trasmesso proprio questa emozionalità che viene fuori dai colori. La seconda ragione è che mi ha imposto di guardare le cose in maniera diversa: se con una reflex si è “obbligati” a guardare attraverso il mirino, quindi ad avere un certo tipo di approccio più ravvicinato col soggetto che si ha davanti, con la Fujifilm, invece, io sono dovuto rimanere fuori dall’immagine, perché essendo la mia una mirror-less, essa non mi permette questa vicinanza. Ciò impone di osservare l’immagine che si sta fotografando con una visione d’insieme. Nel ritratto, che è la tipologia di foto che ho maggiormente sperimentato finora, la visione d’insieme è marginale, c’è soltanto la persona. Con la Fujifilm invece è stato totalmente l’opposto: la persona non c’è, e il soggetto è tutto quanto il contesto. E quindi questo è stato sicuramente il momento in cui il cambiamento è cominciato, e ciò mi ha portato sia a lavorare in un nuovo modo, sia a considerare i lavori che già avevo fatto sotto una nuova luce.

Cosa possiamo dire della foto “Apollo e la Musica”, avvicinabile al libro “Il Mito di Sisifo” di Albert Camus per il senso di “atemporalità” suscitato? Cosa ti hanno comunicato queste statue? Qual è stato il sentimento che ti ha spinto a ritrarle? 

V: Possiamo dire che dietro c’è un insieme di vari componenti: filosofici, poetici, artistici, storici, religiosi. C’è un po’ di tutto nell’atto di andare a ritrarre Apollo secondo me: Apollo è l’emblema della grecità, dello studio dietro alla rappresentazione, della tecnica – rappresentata qua anche dalla lira che Apollo ha in mano -, e questo si ricollega appunto alla Fujifilm. L’apollineo, come dice Nietzsche, è la misura, è il classicismo, ed è totalmente l’opposto del dionisiaco. Nel caso appunto di Apollo, di questa statua, non può emergere quel genere di approccio che io ho con il corpo nudo e col ritratto; quella sorta di sorpresa che ricerco e ricreo, il dionisiaco potremmo dire, ovvero l’ispirazione del momento data dalla musica, dall’alcol, da quello che ci circonda. In questa foto, grazie allo sdoppiamento, è quasi come se Apollo stesso venisse a contatto con Dioniso, in un certo senso. Da un lato abbiamo l’esercizio di stile, il colore, lo sfondo azzurro, le statue colte con una luce funzionale a rendere manifesti tutti i vari particolari della loro struttura, dall’altro invece abbiamo una foto in bianco e nero, che dà più spazio a qualcosa di tormentato, più impetuosa, meno ragionata.

Nella fotografia successiva, “I fiori nascono dove vogliono”, vediamo, invece, una sorta di rinascita da un tempo sospeso. In relazione a questa fotografia, avevo pensato al libro “Milk and Honey” di Rupi Kaur, una poetessa indiana nostra coetanea che, a seguito di un’infanzia traumatica, è riuscita a rinascere e a comunicare questo processo attraverso le sue poesie. Tu ti rivedi in questa evoluzione? 

V: Certo. Qui vediamo il germe dell’innovazione, del tempo che inesorabilmente va avanti. La parte bicromatica mi ricorda quasi l’immagine di un parassita che spunta da questo tappeto persiano; la parte a colori, invece, mi riporta alla mente “Il dialogo della Natura e di un Islandese” di Leopardi, e il fatto che la natura essenzialmente continui nei suoi propositi, prosegua la sua strada, indipendentemente dall’uomo. Inoltre, in relazione a questa foto, c’è un dettaglio molto curioso da evidenziare: ho scoperto dopo alcuni anni che anche Goethe, un autore che io ho letto e amo molto e di cui ho anche un’edizione del Faust illustrata con litografie di Delacroix, coltivava questa pianta, la bryophyllum, e ne inviava le foglie ai suoi cari per incentivarne la coltivazione. È interessante appunto il fatto che anche io ho fatto varie copie di questa foto e le ho regalate ai miei amici, proprio come fece lui con la pianta stessa. 

Tutta la parte centrale della raccolta è appunto dedicata alla natura, e ne celebra il tripudio: ci sono foto di fiori, di meduse, pesci, spiagge, soggetti che nelle tue raccolte precedenti, caratterizzate soprattutto da nudi e ritratti, non avevi mai considerato, giusto? Come hai riscoperto, invece, tale natura?

V:  La parte fondamentale qui è stata l’allontanamento. Attraverso questo allontanamento, che diventa quasi una legge, si riesce a capire. C’è un distaccamento che non è fine a sé stesso, ma che paradossalmente ti riporta alle origini: c’è una nota sofferente in queste foto, derivante dalla consapevolezza che solo dopo essermi allontanato sono riuscito a capire la bellezza della mia terra. Il concetto dell’allontanamento dal luogo, in senso esteso, va a suscitare degli interessi mai considerati prima, e il fatto di ritornare permette di vedere effettivamente la bellezza che c’è, e in questa parte centrale dalla mia raccolta ho ripreso delle passioni che in realtà ho sempre avuto, ma che non consideravo più, e le ho esaltate. Nel genere di foto che ho sviluppato in questa parte della raccolta direi che il tema dell’allontanamento è preponderante.

Infine, abbiamo la parte conclusiva della raccolta, “Mater Ecclesia”. Una foto in particolar modo mi ha toccata nel profondo: quella delle tre finestre, “MEta”. Essa si può avvicinare, a mio parere, a “Stoner” di John Williams, opera nella quale, proprio nel momento in cui il protagonista muore, il racconto passa ad essere esposto in terza persona, senza che il lettore quasi se ne renda conto. Cosa suscita in te? 

V: Questa foto, per me, è davvero strana e mi lascia sempre molto perplesso, devo ammettere. Innanzitutto, è stata scattata in un luogo che io ho sempre amato e apprezzato sin da quando mi sono trasferito a Bologna, e mi riferisco alla Chiesa di San Domenico. Queste tre finestre in particolare si trovano all’interno di una cappella alla quale si accede attraverso una porta di vetro: la cosa peculiare è che attraverso questa porta si passa dal caos e dal rumore di San Domenico, sempre molto frequentata anche dai turisti, alla calma placida di questo piccolo “antro”, per così dire, che si distacca completamente dalla chiesa in sé. La cappella è tutta bianca, moderna, sobria, con delle semplici panchine di legno chiaro disposte all’interno, senza opere artistiche, senza dramma biblico. Sembra molto spoglia in confronto alla chiesa di San Domenico, che invece è ricca di marmi, stucchi, altari e colori. Però, la volta in cui mi sono trovato qui a fare fotografie era buio, era sera, e quello stesso luogo che io avevo sempre visto come calmo, quieto, etereo, sobrio, era gravido di questa cupezza, privo di tutta quella luce che lo caratterizzava, ed era la prima volta che quella cappella mi si presentava così. E ciò mi ha dato qualcosa, mi ha colpito. Anche la disposizione delle finestre e la luminosità di ognuna di esse mi ha impressionato: la prima è quella più luminosa, e potrebbe in un certo senso simboleggiare l’infanzia, la spensieratezza di quel momento della vita. Poi gradualmente si scivola verso l’ultima finestra, quella meno illuminata di tutte, che riceve solo una parte, molto tenue, della luce presente nella prima. Per me questo è un finale terribile, un finale che rimanda alla morte quasi, ma ognuno vi rivede ciò che vuole: da un lato c’è l’intenzionalità dell’artista, dall’altro ciò che la gente vede e percepisce.

Cosa mi dici invece a proposito delle altre foto di questa ultima parte? 

V: Molte di queste foto le ho riscoperte dopo averle fatte, a distanza di tempo: le avevo scattate anni fa, in diversi posti, per esempio Torino e Milano, ma solo adesso le ho incluse nella mia raccolta. Ricordiamo sempre che questa parte si chiama “Mater Ecclesia”, ed è una Mater Ecclesia che, come vediamo dalla prima foto, rappresenta sia un barlume di luce nell’oscurità, sia l’oscurità stessa in mezzo alle luci. La foto del crocefisso, per esempio, rappresenta la croce, intesa proprio come il patimento, dell’uomo: la croce della vita, delle sofferenze che ognuno deve sopportare, e le luci in questa foto sembrano tutte parte di una sorta di malattia. La foto rappresenta proprio la decisione di Cristo di essere crocifisso, nonostante sia il figlio di Dio, in mezzo alle malattie dell’uomo. Ma la sua non è mera arrendevolezza, ci sono volontà e consapevolezza: siamo completamente circondati da oscurità, da malattie, da persone che sono solo fiochi lumini, però, nonostante ciò, ci prodighiamo perché quest’ultime siano salvate. È quasi come la figura del Filosofo, ovvero colui che nonostante la pesantezza o l’effimerità della vita stessa, si spende per migliorare la vita di coloro che lo circondano e lo ascoltano. Gesù Cristo, in quest’ottica, è un Filosofo.

Alessia Orlandi