L’Apollo e Dafne, opera realizzata tra il 1622 e il 1625, è tra le più belle mai realizzate da Gian Lorenzo Bernini, esposta nella Galleria Borghese di Roma.


Fin da piccolo, Gian Lorenzo incontrò e stupì le più alte cariche della Roma barocca. Suo padre Pietro era uno scultore di origini fiorentine, i cui lavori raramente si facevano notare, e non ci volle molto tempo perché l’allievo superasse il maestro. Il giovane scultore arrivò a Roma nel 1605, al tempo in cui la forza delle rappresentazioni interpretate dai popolani di Caravaggio aveva entusiasmato la Chiesa, offrendole la nuova visione con cui attirare a sé i fedeli. Era il tempo di cambiare, di scostarsi da santi lontani e di servirsi del teatro violento delle passioni terrene.

Inutile fingere che l’arte a servizio della Chiesa non sia un’esperienza fisica ma solamente spirituale, dove la passione non agisce sul corpo come opera sull’anima, e Bernini di certo conosce bene questo sentimento. È di lei che parla la sua arte, ed è questa intensità fisica che trasforma la sua scultura. Nessuno prima di lui è mai riuscito a rendere così carnale il marmo, dove la pietra palpitante si riempie di fremito e sudore, dove le sue figure piangono e gridano, i loro torsi ruotano, sfuggono e si inarcano nello spasmo provocato da sensazioni intense, riuscendo a trasformare il marmo in alberi, foglie, capelli e naturalmente carne.


Lo scopo della scultura classica era sempre stato quello di rendere quegli uomini, così imperfetti, meno umani, conferendo alla loro materia mortale la durezza dell’immortalità, con il risultato che molti di quei corpi sono diventati divinità prive di vita. Con Bernini tutto cambia, e all’improvviso di fronte alla torsione delle sue opere anche quelle di Michelangelo appaiono immobili e impallidiscono di fronte a cotanta maestosità. La scultura è, tra le arti figurative, quella che comunica maggiormente il peso della propria materia, ma in Bernini questo non accade, le sue figure sembrano staccarsi dal piedistallo e fuggire via leggere, come foglie accompagnate dal vento.


Ed ecco Apollo e Dafne, una storia drammaticamente affascinante. Dopo aver ucciso il serpente Pitone, Apollo si vantò della propria impresa con Cupido, sorridendo del fatto che egli non avesse mai compiuto gesta eroiche; Cupido, in un misto di gelosia e indignazione, giurò vendetta. Decise pertanto di preparare due frecce, la prima appuntita e dorata, destinata a far nascere l’amore, e la seconda di piombo e spuntata, che lo prosciugava. Cupido scoccò la freccia d’oro verso Apollo e quella di piombo verso la ninfa Dafne. Ne conseguì che appena Apollo vide Dafne, se ne invaghì perdutamente: Dafne, tuttavia, quando vide il giovane dio iniziò a fuggire impaurita. Lui la rincorse e proprio quando fu sul punto di raggiungerla gli dei ascoltarono la disperata preghiera della ninfa e la trasformarono in una pianta di alloro.


È una scultura in movimento, che trasuda passione e terrore allo stesso tempo; Apollo frena la sua corsa spasmodica, il drappo e i capelli sono ancora scossi dal vento. Dafne, ormai raggiunta, non sembra ancorata alla base se non per le radici della pianta che sta diventando, ma pare quasi arrampicarsi nell’aria. La bocca spalancata grida, mentre la metamorfosi trasforma i capelli e le dita in rami frondosi. Ma il centro della scena è occupato dal nudo, e Bernini ce lo offre nell’attimo della sua scomparsa all’interno della corteccia.


Il pathos della scena è enfatizzato non solo dal dinamismo sia fisico che psicologico dei due protagonisti, ma anche dall’alternanza di pieni e vuoti, dai giochi di luce e di ombra, e dall’attenzione alla resa delle superfici diversamente trattate, così da poter imitare nella stessa materia marmorea la scabrosità della corteccia, la consistenza rocciosa del terreno, la morbidezza del volto della ninfa e l’aspra freschezza e trasparenza delle fronde. Un’opera in perfetto equilibrio, le cui parti si estendono nello spazio senza compromettere la stabilità, secondo un gioco di avvicinamenti e distacchi.


Così come già avvenne per il Ratto di Proserpina, alla base dell’Apollo e Dafne venne apposto un cartiglio dove era riportato un distico moraleggiante di Maffeo Barberini. In questo modo, attribuendo un significato morale cristiano a un soggetto pagano, si poteva ben giustificare la presenza del gruppo scultoreo a villa Borghese: «Chi amando insegue le gioie della bellezza fugace riempie le mani di fronde e coglie bacche amare».

Tommaso Amato