“Hitler ha sterminato tre milioni di ebrei (almeno il doppio, ndr). Nelle Filippine ci sono adesso tre milioni di tossicodipendenti. Sarei felice di sterminarli. Se la Germania ha avuto Hitler, le Filippine possono contare su di me”

Il 16° presidente della Repubblica delle Filippine Rodrigo Duterte

In uno dei paesi più popolosi al mondo, le Filippine, sono in corso due gravi crisi. Non stiamo parlando di quella sanitaria, della povertà o del sovraffollamento, bensì di diritti umani e libertà di stampa. A pelle potrebbero sembrarci parole vuote, sentite tante di quelle volte (anche a sproposito) da non conservare più un significato sensibile. Ma andiamo con ordine.

Nel 2016 il sindaco uscente di Davao, Rodrigo Duterte, decide di uscire dalla sua zona di comfort, avendo ricoperto la carica di primo cittadino dal 1988, candidandosi ora alle presidenziali filippine. Il curriculum parla di lotta alla criminalità e alla droga perpetrata tramite la formazione e la messa in campo degli squadroni della morte di Davao (Davao Death Squads), gruppi di killers che Duterte ha apertamente ammesso di aver ingaggiato.

Forte della sua reputazione e incentrando la campagna elettorale su questi temi, oltre che sulla reintroduzione della pena capitale, sul maggior potere alle forze dell’ordine, sulle sue umili origini in contrasto alla ricca provenienza dei contendenti (e, non si sa se per provocazione o ingenua ignoranza, autoproclamandosi un “candidato di sinistra”), Duterte vince le elezioni.

Passano appena dieci giorni e la polizia, assieme ai già citati squadroni, inizia a giustiziare (con tanto di cartelli di riconoscimento lasciati sui luoghi dei delitti) persone per strada, arrivando a prelevarne dalle proprie case. Neanche sei mesi dopo, ci fa sapere la giornalista Maria Ressa, si parla già di 7.000 morti ammazzati che il governo cerca di nascondere (“diluire”) senza nemmeno grandi sforzi.

Se fin qui era abbastanza chiaro dove risiedesse il problema “diritti umani”, entra ora in gioco colei che come un parafulmine, nel film di Marc Wiese (How to Make a Revolution, Slaves, War Diary), vediamo essere la destinataria della politica repressiva sull’informazione: la sopracitata Maria Ressa, ex-corrispondente della CNN e fondatrice capo di Rappler, sito di notizie con base a Manila. Il lavoro di Rappler e della Ressa, colpevole di puntare i riflettori di tutto il mondo sui metodi dittatoriali del Presidente Duterte, viene continuamente ostacolato da indagini, fermi e arresti decisi in maniera arbitraria e assoluta da quest’ultimo.

L’aspetto più sconvolgente, nonostante tutto, restano gli insulti e le minacce dirette all’indirizzo non della sola Ressa, ma di tutti i giornalisti, considerati come una categoria di corrotti senza distinguo: un termometro istantaneo della situazione politica filippina, dell’impunità di cui gode il Presidente, oltre che di un linguaggio e una proprietà di ragionamento poverissimi. Paradigmatica la scena in cui, durante una conferenza stampa, il Presidente, incalzato e spazientito dalle domande di una giornalista di Rappler, decide di farle togliere il microfono con una scusa tanto ossimorica da risultare infantile – “non riesco a sentire se parli con quello” – generando la surreale situazione in cui le domande sono inudibili, ma gli insulti e le minacce di risposta tuonano susseguendosi senza freni come commenti sui social network. (“[…] vi allento uno schiaffo. Sempre che non vi spari prima, brutti figli di troia”).

We Hold the Line è un film potente, nella sua secca semplicità. Va dritto al sodo, con poche virate: segue la corrente. La corrente di azioni e situazioni per certi versi surreali, a tratti fantastoriche, ma che eppure incredibilmente esistono. Wiese riesce (assieme a Maria Ressa e ai timidi sorrisi della redazione di Rappler), oltre che nell’ovvio ma altissimo intento di testimoniare, di imprimere nel modo il più pulito possibile a ricostruire la memoria degli intermediari, anche di ridare carne e peso a quelle parole che noi, da questo lato del mondo, abbiamo forse un po’ svuotato, dandole troppo per scontate, ritenendole stancamente contenitori di concetti obsoleti: diritti (umani) e libertà (di stampa). Urlandoci nelle orecchie che la democrazia non serve a nulla senza istruzione.

Federico Benuzzi

We Hold the Line verrà presentato da Kinodromo lunedì 15 febbraio 2021.

Trailer: