Quando si parla di mistero, non si può che pensare a René Magritte, le cui opere appaiono intrise di quel tanto di surreale e di enigmatico che è capace di gettare l’osservatore in una riflessione ai limiti dello sconvolgimento. Cosa potrà pensare chi guarda, osservando la proiezione di sé stesso moltiplicata all’infinito e colta nell’immobilità di un’esistenza alienante? Gli interrogativi quasi paradossali messi su tela da Magritte non ottengono altro che far vacillare persino quelle certezze ormai consolidate, tanto da mettere in dubbio l’unicità che contraddistingue ciascuno, rendendo gli uomini come creature “prodotte in serie”.

Golconda, titolo che già di per sé invita l’osservatore a porsi domande sul suo significato, è un’opera olio su tela realizzata nel 1953 e attualmente conservata nella Menil Collection a Huston, in Texas. Il nome si rifà a una città indiana celebre, già a partire dalla sua edificazione nel XII secolo, per la sua straordinaria ricchezza: essa, infatti, era nota per i numerosi giacimenti alluvionali di diamanti, ma fu abbandonata a sé stessa nel corso del tempo. Inevitabile pensare a un parallelismo tra la sorte della città indiana e quella degli uomini rappresentati, che da “diamanti” unici divengono figure identiche e intercambiabili, probabilmente proprio perché abbandonati a loro stessi e costretti a condurre una vita priva di entusiasmo.

Impossibile non immedesimarsi negli uomini sospesi raffigurati dall’artista: cambia la direzione dello sguardo, il punto di vista, ma tutto il resto rimane uguale, privo di vita, di entusiasmo, persino di colore. Ciascuna delle figure rappresentate, probabilmente in vista dell’inizio della propria giornata lavorativa, è in giacca e cravatta, intercambiabile con l’altra, omologata alle sue simili per abbigliamento e forma, aspetti che a loro volta rappresentano proiezioni di elementi non visibili come il pensiero e il comportamento, anch’essi uniformati in un circolo vizioso che, almeno apparentemente, non permette una via d’uscita percorribile.

René Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967), noto pittore belga, fu tra i massimi esponenti del Surrealismo, corrente artistica d’avanguardia, nata in Francia dopo la Prima guerra mondiale. Il pittore, inizialmente influenzato da Cubismo e Futurismo, fece propria la tecnica basata sul trompe l’oeil, genere pittorico che invita l’occhio dell’osservatore a considerare tridimensionale e tangibile un’immagine che, in realtà, viene riportata su una superficie bidimensionale. L’artista fu definito saboteur tranquille per la sua straordinaria capacità di insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione del reale stesso, al fine di mostrarne il “mistero indefinibile”. 

E l’opera presa in esame risulta emblema di questo tipo di raffigurazione, tanto da lasciare aperta la questione dell’interpretazione: si potrebbe trattare di un’allegoria della vita moderna, che rende tutti troppo spesso intenti a mimetizzarsi tra la massa, a rimanere in una comfort zone che garantisce una certa dose di sicurezza, ma che, allo stesso tempo, impedisce di cambiare prospettiva, di spogliarsi degli abiti di un lavoratore ingessato in giacca, cravatta e bombetta e di vestire quelli che permetterebbero di tornare ad essere parte di quel giacimento di diamanti unici e caratteristici nascosto a Golconda.

Chiara Pirani