Mai si è giunti a realizzare con più precisione i dettagli nella grandezza”, disse il poeta belga Verhaeren a proposito del dipinto protagonista di oggi, “L’ospizio e il faro di Honfleur” del puntinista Georges Seurat. L’opera, un olio su tela conservato alla National Gallery di Londra e datato 1886, rivela l’applicazione della sua tecnica di uso del colore per infondere nell’osservatore un senso di armonia e di profonda emozione, come a voler toccare le corde più intime di chi, con lo sguardo, sta tentando di cogliere ciò che si nasconde, a livello di significato, dietro la rappresentazione di un ospizio e di un faro, “accostati ma non mescolati” come i colori complementari spesso utilizzati dall’artista all’interno dei suoi dipinti.

Una delle caratteristiche principali del dipinto è che esso presuppone un senso di continuità. È come se Seurat invitasse lo sguardo dell’osservatore a proseguire “oltre la cornice”, provando ad immaginare  cosa ci sia “dopo”. È come se l’artista lasciasse a chi guarda la sua opera la possibilità di dipingere la realtà circostante a proprio piacimento, come se gli riservasse il privilegio e il lusso di diventare egli stesso un artista, di accostare i colori mancanti sulla tela e di disporli secondo il proprio punto di vista. In questo senso, la pittura di Seurat sembra avvicinarsi molto alla fotografia, in quanto ne ricorda i “tagli”, oltre che l’effetto di vastità e di sconfinatezza.

A livello cromatico, come accennato in precedenza, l’accostamento non mescolato dei colori consente di conferire una brillantezza e una luminosità ancora più intense al dipinto, effetto che sarebbe stato smorzato, invece, qualora i colori fossero stati mescolati in precedenza sulla tavolozza e poi stesi sulla tela. Questo consente di creare, a livello visivo, un’atmosfera quasi ovattata, percepibile anche tramite altre sfere sensoriali, tanto che sembra di “sentire il silenzio” che regna nell’ambiente che viene raffigurato e di non riuscire a toccare quegli elementi rappresentati, resi impalpabili e quasi eterei.

Georges Seurat (Parigi, 2 dicembre 1859 – Gravelines, 29 marzo 1891) si distinse per il tentativo continuo e instancabile di unire scienza ed arte e mostrò un vivo interesse, al contrario dei suoi “predecessori” impressionisti, nel recupero delle forme all’interno dei dipinti, facendo in modo che le figure rappresentate nelle sue opere fossero ben circoscritte dalla vicinanza dei puntini caratteristici della corrente artistica di cui fu pioniere. L’intento era quello di conferire armonia alle proprie rappresentazioni, sfruttando le potenzialità dei colori complementari accostati ma non mescolati.

L’abilità di Seurat nella raffigurazione emotivamente forte di elementi apparentemente semplici sta, quindi, nel modo in cui la rappresentazione nel suo complesso appare, attraverso un connubio di tecniche, che da una parte strizzano l’occhio al classicismo, riprendendone volumetria e solennità, e dall’altra, tramite il semplice avvicinamento dei puntini, consentono all’osservatore, allontanandosi dal quadro per guardarlo meglio, di confondere tale avvicinamento di punti con il colore che l’artista desidera trasmettere allo sguardo in ciascuna parte del dipinto.

Chiara Pirani