Tra le opere che compongono la filmografia di Agaluco Casadio, scrittore e letterato ancor prima che regista, ce n’è una che spicca per importanza, notorietà dei nomi coinvolti e non ultimo per valore cinematografico. Un ettaro di cielo (1958) è stato l’unico lungometraggio di finzione girato dall’autore romagnolo e, a discapito del modesto successo riscontrato all’epoca, rimane un film sopraffino, in grado di conciliare i registri affatto simili del comico grottesco e del dramma sociale, qui accostati in maniera oltremodo sorprendente, grazie anche ad una venatura di candido surrealismo. Elementi dosati con ineccepibile equilibrio, grazie all’intervento in fase di sceneggiatura di alcune tra le principali figure del nostro cinema: Tonino guerra, Elio Petri ed Ennio Flaiano. Nomi di un peso considerevole, il cui contributo emerge nelle emozioni trasudate da una narrazione lineare, cristallina, tanto semplice e abbordabile da decifrare, quanto profonda e appagante da vivere.

Il contesto, scarsamente sondato dalla macchina da presa dei cineasti nazionali, è quello di un paesino del Delta del Po, in cui gli abitanti si guadagnano da vivere come meglio possono, attraverso modeste attività. Nella monotonia del villaggio si immette improvvisamente il giovane Severino, interpretato da un Marcello Mastroianni non ancora ammantato dall’aura di superstar del cinema italiano che lo avrebbe avvolto nel decennio successivo, ma già in fase di forte ascesa nel firmamento filmico. Severino è un millantatore dal cuore tenero, che vaga per le feste paesane dell’entroterra romagnolo escogitando dei sotterfugi che lo conducano a dei facili guadagni. Tra le ingenue vittime delle sue cialtronerie capitano anche tre anziani signori, il cui senso di disillusione nei confronti di una vita colma di miseria li spinge ad affidarsi alla falsa sicumera del giovane. Severino, infatti, racconta loro le meraviglie del mondo urbanizzato, i trionfi del progresso economico, e giunge a convincerli di avere un conoscente in grado di affittare delle porzioni di cielo da destinare al riposo della vita ultraterrena. Riunendo i loro scarsi averi in una misera colletta, i poveri malcapitati racimolano un gruzzolo di tremila lire, con le quali Severino assicura loro di potersi aggiudicare l’appezzamento arioso che attribuisce il titolo al film. Uno scarto dal realismo più puro che trova però giustificazione in un contesto isolato, quasi un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, e in un gruppo di personaggi che si approccia alla vita in maniera talmente mite da concedere il beneficio del dubbio anche a chi pretende di poter occupare a loro nome un angolo di paradiso. È qui che si innesta la parte più tragica della vicenda, sulla decisione di riporre la propria fiducia in mano ad individui impensabili pur di tentare una fuga da una quotidianità ormai priva di sussulti emotivi.

Un ettaro di cielo racconta quindi il peso di una vita ai bordi della società, ma anche le ripercussioni di un comportamento scellerato da parte di chi sfrutta i disagi altrui per fini triviali. Severino crede infatti di aver compiuto un danno limitato, sottraendo ai tre anziani niente più che un’irrisoria somma di denaro. Nulla che possa gravare eccessivamente sulla sua coscienza e che lo possa distogliere da nuove conquiste non solo economiche, come quella di Marina, ragazza con cui in passato aveva avuto una relazione e che dopo un periodo di giusta diffidenza cede alle nuove lusinghe di Severino. Proprio mentre trascorre una tranquilla giornata in sua compagnia, giunge notizia che i tre uomini da lui raggirati hanno deciso di suicidarsi per raggiungere anzitempo l’ettaro di cielo acquistato, non volendo attendere passivamente la propria dipartita naturale. La tragedia viene sfiorata solo grazie all’incapacità degli sventurati di procurarsi la morte attraverso dei grotteschi tentativi di annegamento.

Severino li ritroverà grazie all’intervento delle guardie di palude, ubriachi sulla loro barchetta e per la prima volta con uno sguardo allegro disegnato sui loro volti segnati dalla fatica.  Sono loro questa volta a prendersi gioco di Severino, che rammaricato restituisce la somma che aveva sottratto con l’inganno, ammettendo infine la propria natura disonesta, ma anche il proprio sincero affetto nei confronti dei tre uomini. Un ettaro di cielo è quindi un racconto sulla contrapposizione di due mondi confinanti ma concettualmente posti ad una distanza siderale. La monotona vita contadina che ambisce alla vicina modernità con uno sguardo ancora bambinesco, e quindi inconsapevole dei trabocchetti insiti nella società del profitto. E se la miseria non è di certo una condizione auspicabile, una sana esistenza fondata sulla solidità dei rapporti umani può comunque essere un’alternativa preferibile ai demoni che fagocitano il regno dei consumi. In questo modo, anche un sordido villaggio adagiato sugli acquitrini del Po riesce ad assumere le sembianze di “un ettaro di cielo”.

Andrea Pedrazzi