Ci sono film che andrebbero guardati, lasciati decantare e poi ripresi qualche anno dopo per poter assaporare nuovi dettagli e cogliere spunti che alla prima visione forse non ci avevano colpiti… come in questo caso.

Gostanza da Libbiano non è solo una ricostruzione storica molto accurata, una denuncia dei crimini dell’inquisizione o una celebrazione dell’estasi sabbatica contrapposta al viscido grigiore ecclesiastico. La storia di una strega “condannata, ma senza rogo” si trasforma in questo splendido film nello spaccato di una società in transizione nella quale si scontrano forze inconciliabili, diventa la narrazione di una discesa vorticosa nella quale il confine tra mondo reale e allucinazione si fa sempre più sfumato e, infine, presenta una riflessione profonda sul rapporto tra fede, realtà e verità.

Il film di Benvenuti si apre con quello che sembra un classico processo contro una domina herbarum, una guaritrice depositaria di una sapienza contadina secolare che, nella sua semplicità di analfabeta, si è messa nei guai con le autorità ecclesiastiche.

All’inizio Gostanza (interpretata magistralmente da Lucia Poli) risponde alle domande di Monsignor Tommaso Roffia con l’elenco dei rimedi, delle ricette e delle preparazioni con le quali si guadagna da vivere, ma ben presto arriveranno per lei il supplizio della corda e accuse ben più gravi.

Dopo pochi minuti inizia un effetto domino in cui ogni domanda del giudice spalanca una porta dalla quale escono storie inaccettabili, corpi e riti che appartengono al grande rimosso della storia.

Se il tribunale chiede un morto, anche solo uno!, Gostanza chiama a raccolta con apparente candore e innocenza decine di miserabili che in ogni angolo del Granducato soffrono ogni giorno, maledicono la propria condizione e muoiono per una parola sussurrata o per un decotto di erbe.

Quella che prende vita di fronte all’inquisitore e allo spettatore è una civiltà fatta di malìe, di formule che plasmano il mondo e piegano i corpi sotto il loro potere, una realtà che è un atto di accusa nei confronti delle autorità che vorrebbero erigersi a garanti della giustizia, un mondo nel quale la morte serpeggia ed è padrona incontrastata.

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, nel film di Benvenuti il ritmo della storia non è sostenuto dalle torture sempre più rigorose ma segue la narrazione esaltata ed ammaliante di Gostanza: è lei a rapire i giudici con i propri racconti, è lei che li seduce con visioni proibite, che minaccia la loro rettitudine con la potenza liberatoria della propria estasi.

Il supplizio della corda ha infatti conseguenze molto più pericolose per la mente degli inquisitori che per il corpo di Gostanza… la donna ha passato una vita intera a soffrire, e anche quel dolore, come tutti gli altri, passerà. Dal canto loro, gli uomini di chiesa appaiono sprovveduti e impauriti di fronte alla scandalosa verità di Gostanza; protetti solo da una cultura nevrotica fatta di concili, editti e dispute teologiche, non sono pronti ad accettare un universo che è legittimamente in lotta con quello della chiesa e che inesorabilmente le sfugge.

“Ma tutte queste cose le avete dette per la verità o per la paura?”, chiede con voce tremolante chi rappresenta l’istituzione che da secoli esercita il mestiere della paura e che con la minaccia dell’inferno ha creato un regno sulla pelle di eserciti di disgraziati e vedove.

La storia di Gostanza è per i giudici la crepa dalla quale fuoriescono tutte le contraddizioni di un mondo che sta subendo un contraccolpo epocale; è intollerabile a livello civile, prima ancora che a livello teologico, perché costringerebbe ad ammettere le angherie, le violenze, l’omertà e l’impunità che innervano una società che si auto-rappresenta come la nuova Arcadia neo-platonica e come la culla delle arti e della cultura.

“Non vi è mai capitato un caso come il mio”, dichiara orgogliosa e provocatoria Gostanza provando a pungolare la vanagloria degli inquisitori. Ed è davvero così, non capiterà mai più a quei miseri burocrati della fede di gettare lo sguardo sulla città del Diavolo (del quale non sanno nulla, del quale dicono bubbolerie da teologi), di assistere ai riti che vi si celebrano e di ascoltare la testimonianza diretta di chi in quel mondo crede forse anche più fermamente di quanto non facciano loro con la propria fede.

Di fronte all’inaccettabile realtà che hanno di fronte, i giudici erigono il muro della teologia e della fede: il mondo è come hanno stabilito i santissimi teologi e le sacre scritture!. La realtà deve adeguarsi alla fede, ad ogni costo.

Prima di lasciarvi alla visione, vi riporto le parole di una “nipote sabbatica” di Gostanza, Clarice Lispector, che sembrano scritte apposta per questo film potentissimo:

Ti dirò: è che io avevo paura di una certa gioia cieca e ormai feroce che cominciava a prendermi. E a perdermi. La gioia di perdersi è una gioia da sabba. Perdersi è un pericoloso ritrovarsi. In quel deserto io stavo sperimentando il fuoco delle cose: ed era un fuoco neutro. Io stavo vivendo della tessitura di cui sono fatte le cose. Ed era un inferno, quello, perché in quel mondo che vivevo non esiste pietà né speranza. E non c’è punizione! Ecco l’inferno: non c’è punizione. Nell’inferno noi fabbrichiamo la nostra suprema esultanza proprio con ciò che dovrebbe essere la punizione, con la punizione in questo deserto, noi facciamo un’ulteriore estasi di riso e di lacrime, della punizione nell’inferno facciamo una speranza di godimento. Questa era dunque l’altra faccia dell’umanizzazione e della speranza?

Nell’inferno, quella fede demoniaca della quale io non sono responsabile. E che è la fede nella vita orgiastica. L’orgia dell’inferno è l’apoteosi del neutro. La gioia del sabba è la gioia di perdersi nell’atonale.

La Passione secondo GH.

P.S. Potete trovare un’altra analisi molto approfondita e ricca di spunti di riflessione qui.

Marco Lera