Dichiaratamente concepito come un “homage” nei confronti di un certo cinema di genere, che parte dai cult del cinema spagnolo pressochè sconosciuti all’estero, fino alla celeberrima filmografia di autori quali Dario Argento e Alfred Hitchcock, il film d’esordio del regista Oscar Martìn si presenta come un’opera che non punta certo ad avere nell’originalità il proprio punto di forza.
L’idea è quella di delineare un rapporto di fraterna amicizia, connaturato da un’aura di morbosità che lo porta ad inoltrarsi fino nei suoi risvolti maggiormente sinistri.

Javi (Javier Botet) è un uomo che in seguito ad un incidente ha riportato dei pesanti danni fisici che gli rendono impossibile una normale deambulazione. David (David Pareja) si prende cura di lui in quanto “unica persona rimastagli al mondo”. Il sentimento di tenera dedizione nei confronti dell’amico bisognoso di aiuto è però destinato a scontrarsi con la naturale volontà di vivere la propria vita in un susseguirsi di frizioni che sfociano ben presto in un pesante rancore. Ma non è tutto, perché la forma attraverso cui si manifesta questo nuovo stato emotivo appare come un’ossessione che lentamente avvolge David strappandolo al mondo della ragione. Questo è l’espediente attraverso cui Martin arriva finalmente a sconfinare nel genere, il che coincide anche con l’innalzamento della tensione narrativa dopo un lungo preambolo tanto accurato nel rappresentare la quotidianità dei personaggi quanto asettico in termini di patrimonio emozionale.

È soprattutto la peculiare corporeità di Botet ad essere qui enfatizzata (come già era stato fatto da noti esponenti dell’horror hollywoodiano come Andy Muschietti, James Wan e Guillermo Del Toro nelle loro collaborazioni con questo attore), fino a diventare il principale veicolo di inquietudine. A lui sono legate le sequenze più potenti di un film che, nonostante le modeste ambizioni, pare non riuscire a trovare quella carica perturbante di cui è alla disperata ricerca. Le interminabili inquadrature che indugiando sulla sofferenza fisica di Javier riescono solo a tratti a trasformare il patimento del personaggio in angoscia dello spettatore, rimanendo per lo più delle intromissioni nella travagliata intimità di una vittima impotente. E anche quando Amigo trova il coraggio di oltrepassare i canoni del visibile cinematografico lascia intravedere una certa incapacità nel saper gestire al meglio la materia trattata.

Peccato venale, questo, in un lungometraggio appesantito da ben altri limiti, ma a cui si può concedere se non altro la volontà di affidare al linguaggio filmico l’esposizione di concetti complessi, che qui non trovano spazio sufficiente, ma che in futuro potrebbero emergere di pari passo alla maturazione della tecnica dell’autore. Per ora resta dunque il piacere di un cinema che nutre il dovuto rispetto verso il genere cui fa riferimento e che, al netto dell’ingenuità che scorre copiosa quanto il sangue nella scena finale, riesce a sostenersi grazie alla potenza estetica dei suoi momenti di maggiore ispirazione visiva.

Andrea Pedrazzi