Dune è una chimera. Un romanzo leggendario, monumentale, che a metà anni ’60 ha rivoluzionato il modo di concepire la fantascienza. Un libro sfuggente, che ha da subito affascinato il mondo del cinema, ma che non è mai riuscito ad avere una trasposizione su pellicola degna del suo nome. Alejandro Jodorowsky ci aveva provato negli anni ’70 e non era riuscito nemmeno a iniziare il lungometraggio. Poi ci provò David Lynch a metà anni ’80. Ne uscì un film sicuramente affascinante, ma monco, pastrocchiato e piagato da problemi produttivi.

Nel 2021 il cinema è finalmente riuscito ad afferrare questa chimera. L’impresa è opera di Denis Villeneuve, regista canadese che con i suoi film, su tutti Arrival e Blade Runner 2049, sta scrivendo la storia della fantascienza contemporanea. L’impresa è stata possibile grazie a una profonda comprensione del testo di Herbert, tradottasi nella capacità di coglierne il cuore tematico e di gestirlo con acume e intelligenza, per poi farlo decantare in una messa in scena elegantissima e sofisticatissima.

L’acume e l’intelligenza nella gestione del romanzo la si nota nella scelta di non tradurre l’intero libro in un unico film e nella puntualità dei tagli apportati al testo originario.

Come dimostrato dal film di Lynch, cercare di concentrare un romanzo così complesso in un unico film è praticamente impossibile. Alla luce di questo primo tentativo fallimentare, Villeneuve ha deciso di raccontare solo la prima metà di Dune (il romanzo è suddiviso in tre libri, il film racconta il primo e metà del secondo). Questa prima parte è quella che fornisce il quadro di tutta la vicenda, dove vengono gettate le basi dell’universo ideato da Herbert. Darle il giusto spazio è stata una scelta vincente per consentire allo spettatore di capire in modo chiaro di cosa effettivamente parli Dune.

In aggiunta a questa scelta sono stati operati alcuni tagli, in particolar modo su due nuclei narrativi: la storia della spia Harkonnen in casa Atreides, il dottor Yueh, poi responsabile della morte del duca Leto, e la figura di Thufir Hawat e più in generale dei mentat. Inoltre, alcuni personaggi (soprattutto Gurney Halleck e Duncan Idaho) sono stati poco sviluppati rispetto al libro, diventando poco più di veloci comparse.

Alcuni giornalisti hanno criticato queste scelte, sostenendo che impoverissero la complessità del film rispetto a quella del romanzo. Tuttavia, bisogna ricordare che anche se si parla solo della prima metà del libro, si parla comunque di un materiale estremamente denso e complesso, difficilissimo da tradurre nella sua interezza in un film. Dei tagli erano, quindi, in ogni caso necessari.

La scelta fatta è stata quella di concentrare il film sul cuore narrativo e tematico di Dune¸ il viaggio dell’eroe di Paul Atreides, e di far orbitare tutto attorno ad esso, semplificando la struttura del romanzo e tralasciando quei nuclei narrativi che, seppur importanti, avrebbero rischiato di depotenziarlo e disperderlo.

Come scrive Riccardo Manzotti su Doppiozero, Dune non è solo fantascienza, ma fanta-metafisica, incardinata sul suo protagonista, Paul, che è “il punto che contiene tutti i punti”, un meta-eroe archetipico vincolato a un destino messianico. Paul, infatti, è una specie di contenitore vuoto nel quale confluisce il tutto, religione e scienza, uomo e donna, amore e morte: è il punto d’unione perfetto tra la forza superumana del Bene Gesserit e quella totalmente umana degli Atreides. Paul è il momento in cui si esprime in forma finita l’infinito e per questo è condannato a seguire un destino già scritto. Dune segue il lento dispiegarsi di questo percorso, una linea precisa e fatale alla quale Paul non potrà sottrarsi, nonostante il terrore e i dubbi morali che gli scateni. La tragedia del protagonista di Dune risiede proprio in questo: nella sua progressiva presa di coscienza che non è un ragazzo come gli altri, ma un prescelto, il cui scopo eccede la contingenza della sua stessa esistenza.

Le scelte di sceneggiatura del film danno massimo risalto all’inevitabilità di questo viaggio dell’eroe. La velocità con cui il lungometraggio si sofferma su alcuni personaggi o eventi, che in un istante compaiono per poi scomparire, accresce l’impressione di essere davanti a un meccanismo arcano, quasi inintelligibile, al cui centro c’è Paul e dove tutti gli altri non sono che pedine sacrificabili.

Questa scelta di semplificazione della struttura del romanzo avrebbe rischiato di rendere il lungometraggio scontato, riducendone le tensioni e quindi il contenuto drammatico. Per questa ragione, scostandosi dal libro, la sceneggiatura opta per esplicitare il destino di Paul in modo più pacato e graduale. In questo modo, il film riesce a conservare l’intensità drammatica del percorso del protagonista, pur semplificandone la strada.

Su questa sceneggiatura, attentamente costruita per rendere al meglio il romanzo di Herbert, si innesta in perfetta continuità lo stile di Villeneuve che completa e rafforza il lavoro iniziato dallo script.

Xan Brooks su The Guardian sostiene che Dune sia “the missing link bridging the multiplex and the arthouse”, che riesca a unire il cinema “alto” di pensiero, di ricerca artistica, con il cinema “basso” di intrattenimento, che si appoggia su convenzioni ormai rodate.

Questo è il tipico cliché giornalistico del connubio “impossibile”, e per questo amatissimo, tra arte e intrattenimento, già evocato per Villeneuve in passato, come per altri registi della sua generazione e che orbitano attorno a Hollywood (Christopher Nolan su tutti).

Ma cosa vuol dire concretamente un film “multiplex” e un film “arthouse”? Ha effettivamente senso una distinzione così netta tra arte e intrattenimento? Non penso. Non è questo il contesto dove approfondire perché il commento di Brooks sia semplicistico, tuttavia risulta comunque interessante, in quanto in un certo qual modo riesce a cogliere un aspetto centrale del cinema di Villeneuve: la capacità di raccordare gli estremi, o, come scrive Tommaso Drudi su Cinefilia Ritrovata, di far collidere “differenti statuti di grandezza”.

In passato, vari studiosi hanno riflettuto sui concetti di arte e intrattenimento come contrapposti (basti pensare a Pierre Bourdieu e ai concetti di fruizione estetica e fruizione etica) e, generalizzando, accostavano al concetto di arte quello di sofisticata ricerca estetica e stilistica, mentre a quello di intrattenimento la centralità della struttura narrativa. Ed è proprio la combinazione di questi due aspetti a essere il cuore dei lavori di Villeneuve.

Il regista canadese riesce, infatti, a combinare sceneggiature abbastanza convenzionali, squisitamente di genere, con una cura estetica estremamente sofisticata che buca l’incedere orizzontale della storia, creando continui sfondi verticali. L’effetto è quello di film sorprendentemente tridimensionali, all’apparenza operette di genere, ma che in realtà sanno spalancare universi.

Blade Runner 2049

Questa caratteristica è emersa in modo sempre più forte negli ultimi due lavori di Villeneuve, (questo e Blade Runner 2049) nei quali a sceneggiature articolate su complesse linee narrative e piani temporali, frequenti nei film precedenti (es.: Enemy e Arrival), vengono preferite strutture più semplici e lineari che consentono di dare maggior respiro e risalto alla ricerca estetica.

L’effetto finale è quello di un perfetto equilibrio tra parola e immagini. Allontanandosi dalla verbosità estenuata di film come Interstellar, Blade Runner 2049 e Dune lasciano parlare l’immagine, che diventa strumento fondamentale per la costruzione della narrazione esattamente come la parola. In questo modo Villeneuve riesce a creare degli spazi filmici enormi, dove possono coesistere l’epico e l’intimo, lo spettacolare e il discreto, il formulaico e l’autentico.

Diversamente da come sostiene Steve Pond su The Wrap, la ricercatezza estetica di Dune non è gratuito esibizionismo visivo che ammalia l’occhio e annoia lo spirito, ma è atmosfera, fascino, è raccontare una storia non solo attraverso un mero susseguirsi di eventi, ma anche attraverso luci, colori e forme. Ed è proprio in questo spettacolo visivo, in questo bilanciamento perfetto tra parole e immagini, che si dispiega e si distende il libro di Herbert, prende aria, si allarga, riuscendo a ritrovare nella sua forma cinematografica la stessa grandiosità e complessità che ha nella sua versione scritta.

Anche se forse senza toccare i vertici lirici raggiunti in Blade Runner 2049, Dune resta una vera e propria festa per gli occhi. È un gesto d’amore al romanzo di Herbert, al quale Villeneuve asservisce completamente la sua arte. Ma è anche un gesto d’amore al cinema e alle sue infinite potenzialità.

Resta la curiosità di sapere come sarebbe stato il film se Villeneuve avesse cercato di dare un’interpretazione più personale del romanzo, invece di cercare di crearne la migliore trasposizione cinematografica possibile. O forse anche questa strenua volontà di vicinanza è un’interpretazione personalissima del libro. Non so. Staremo a vedere.

Paolo Radin