Può una scultura essere talmente vivida da far sentire all’osservatore in maniera chiara e precisa il contrasto tra ciò che realmente si vede e ciò che si può percepire? Nel caso di molte delle opere di Antonio Canova, la risposta è: “Sì”. In particolare, nella “Maddalena penitente”, è facile notare la differenza tra il modo in cui la donna viene rappresentata, seminuda, coperta a tratti solo da un drappo, legato con una corda, che le lascia scoperti in parte i fianchi e la schiena, e ciò che viene comunicato a livello espressivo dalla donna stessa, che appare intenta alla contemplazione e rammaricata, consapevole dei peccati commessi. La bellezza sensuale innegabilmente visibile viene, quindi, contrastata dal profondo senso di sofferenza che traspare sul piano espressivo.

Attualmente conservata a Palazzo Doria-Tursi a Genova, l’opera, realizzata tra il 1793 e il 1796, è una delle due versioni che vennero elaborate dall’artista, dal momento che Canova riscontrò non poche difficoltà nella scelta della composizione che potesse rappresentare il tema nel modo migliore. In questo caso specifico, l’artista decide di raffigurare la Maddalena inginocchiata su un masso, con il busto in leggera torsione e la testa piegata verso sinistra, a contemplare un crocifisso di bronzo dorato, tenuto tra le mani semiaperte. Il viso è attraversato da lacrime, di sofferenza e, insieme, di consapevolezza, abilmente scolpite nel marmo, e accanto alla donna si può osservare un teschio, simbolo della caducità della vita terrena.

Affascinante è osservare come anche altri artisti, prima e dopo Canova, abbiano scelto la “Maddalena penitente” come soggetto delle loro opere, e i modi in cui hanno deciso di rappresentarla sono diversi, ma tutti ugualmente significativi. Nell’osservare la scultura in questione, ciò che colpisce maggiormente è anche e soprattutto il continuo parallelismo tra bene e male, tra vita eterna e vita terrena: oltre al contrasto tra fisicità e spiritualità della Maddalena, risulta significativo anche il differente utilizzo dei materiali. Mentre, infatti, la figura femminile, il basamento, il teschio sono realizzati interamente in marmo, il crocifisso, in contrasto con tutto ciò che è “terreno”, è invece in bronzo.

Antonio Canova (Possagno, 1 novembre 1757 – Venezia, 13 ottobre 1822), scultore e pittore considerato il massimo esponente della corrente artistica del Neoclassicismo in scultura, venne soprannominato “il nuovo Fidia” proprio per le sue doti eccezionali. La sua carriera fu costellata di successi, collezionati perlopiù a Roma, città che rappresentò il suo principale punto di riferimento; fu ingaggiato dalle più importanti famiglie dell’epoca, tra cui gli Asburgo e i Borbone, oltre che da Napoleone e dalla corte pontificia, e la produzione di opere che ne derivò fu davvero significativa.

La “Maddalena penitente” rappresenta, quindi, perfettamente l’intento realistico continuamente perseguito da Canova nella realizzazione delle sue opere: l’artista, con il suo scalpello, “disegna” la sinuosità dei fianchi, la morbidezza dei capelli, il rammarico delle mani, la sofferenza delle lacrime, e per rendere il tutto ancora più vero, cosparge il marmo con del colore giallo, per rendere ancora più vivo il colorito della Maddalena.

Chiara Pirani