No, non era una bad girl preternaturale Patrizia Vicinelli (1943-1991) ai suoi primi esordi poetici. Le primissime tre liriche delle Poesie Inedite, ovvero le prove d’esordio, datate 1961 (ma sedici – datate tra il 1961 ed il 1963 – ne riporta in tutto quella che fino ad oggi resta la raccolta più completa di suoi testi, prose e performances, vale a dire “NON SEMPRE RICORDANO” a cura di Cecilia Bello Minciacchi, Casa Editrice Le Lettere, 2009), potrebbero collocarla più sul coté della signorina Richmond, che cerca ancora la posizione rivoluzionaria migliore, o della Sandy Doris Day- like, che su quello della biker girl in leather.
1961. Spira, nelle tre poesie di quest’anno, un’aria di rimembranza di primavere marzoline, di tetti, case e canzoni francesi (a stare alla sua vita successiva, si potrebbe pensare ascoltasse più la Piaf del Nessun rimpianto, che il Brassens della Mauvaise herbe e dei filistei o l’Halliday di Viens danser le twist, almeno in quel momento); echeggiano suoni sincopati di fontane palazzeschiane, primi getti forse delle sillabazioni inquietanti di tante sue poesie e letture pubbliche successive; si ritrovano lenzuola alla finestra e gatti fuggitivi; non manca un pascoliano cipresso, oltre che un ornello, con l’abbarbicata edera. Da sfondo un’aria confessionale di stanchezza verlainiana e di rimbaldiana alterità a sé. Ma del resto lei stessa, in calce ad alcune poesie del 1962, riconoscerà un certo intimismo e descrittivismo naturalistico nelle sue primissime prove, dove prevale un bisogno d’amore e d’aiuto, anche questo, sempre in altre note manoscritte, ben riconosciuto e bollato come romanticismo leopardiano.
Poi demblee (così forse lo scriverebbe la Vicinelli), già nelle nove poesie del 1962 ecco il sorprendente passaggio ad una struttura fortemente ellittica, non più convenzionalmente paratattica, delle strofe e ad un paesaggio mentale a tratti funambolico. ‘Come dondolano le monete/sulle funi grige delle sigarette!’ è l’attacco di una poesia che mette in scena un romano amico pittore fiore cuore amore – sorta di alter ego di una lei stessa pregressa – dove la triplice rima baciata, col suo vezzo apparente di lirica oltranza, segnala l’ironia, conquistata e rivendicata in una nota manoscritta a piè di pagina, come unica difesa dal dolore, che dalla lirica totalmente distanzia. L’osservazione stessa si fa crudamente (e crudelmente) realistica: il pittore ‘soffriva – credevo – ma non si lavava’ e quel dondolar di moneta sul fumo della sigaretta scopriamo che emana prosaicamente dal rilassamento postcoitale della sua attività di mantenuto, da cui ricava presunti RIVALUTAZIONE E MIRACOLO ECONOMICO – che in realtà esistono solo per gli economisti, come viene annotato, sempre in calce, nel manoscritto. Proventi dell’attività di gigolò, in effetti, sono una giacca castagna di buon taglio e la possibilità di una buona risata onomatopeicamente dilatata: OH OH OH AHAHA. Il congedo stesso della poesia si presenta altamente ambiguo: ‘Non cercherò il saluto né un viso/basterà lo specchio’, dove l’IO poetico confonde, come accadrà di continuo nelle scritture vicinelliane più mature, osservato/ osservatrice/osservatore nella confusione speculare delle vite e delle esperienze, anche se non, forse, delle sofferenze (quel parentetico ‘credevo’ ne è spia).
Da qui il via: troviamo che la richiesta femminile d’aiuto (non vorrei dire propria dell’autrice, per la disidentificazione identitaria che la letteratura tende a maturare, altrimenti come potrebbe Bovary essere Flaubert?), può sfociare in un darsi fisico e poco importa se il ‘piccolo triangolo nero che non ho pagato’ sia concesso ad un amico o ad un farmacista, dopo uno spogliarello tratteggiato dal verso stesso: ‘Peccato – Uno – Spogliarello – Incompleto’. Oppure scopriamo, come nella seconda rarefatta, quasi rostandiana, poesia del 1962, un elemento fisico, la bellezza di un naso che, collegata ad un dato anagrafico come l’età (nel 1962 il pur bel naso di una diciannovenne, quale la Vicinelli era, era quello di una minorenne) e pure posta sotto tutela simboleggiata da occhiali neri, non era ancora quella di un nAso con la A adulta, in un profilo libero amare e di essere liberamente e completamente amato (si pensi a quanto il richiamo a diventare adulti, non solo anagraficamente, ovviamente, sia presente ancora nel 1973, undici anni dopo, nell’inquietante cortometraggio ‘ERRORE DI GRUPPO’ firmato da Mario Gianni, Elio Rumma e lei stessa, che la vede protagonista. La si vede in un interno di gruppo nella sua nudità e, in esterni, camminare, apparire crocifissa a una lastra, estrarre e puntare un revolver contro il santuario di una Lourdes affollata da pellegrini, commerci, statuarie minacciose ed imponenti, il vescovo che autografa o benedice sacre immagini. Infine, dopo aver sparato, la vediamo fuggire di corsa, esclamando: ‘Scrivere è sempre di più un esorcismo. Dove trovo la mia durata e la vostra? Si ha bisogno di ordini quando non si sia ancora trovato il proprio ordine. Diventare adulti. Restate, restate, restate, restate, restate, restate, restate, restate, restate. Ancora oggi qui?’.
In altre delle Poesie Inedite, sempre datate 1962, troviamo quegli scollamenti interni alle parole, che ne alterano (in genere potenziandoli) i significati, ad esempio un dialogo, o dibattito, a più voci sull’ ESSENZIALE maiuscola prosopopea di un sentimento o un’idea, come in tanta poesia simbolista: le Bonheur di Rimbaud Prostitution di Lautréamont, l’Irreparable di Baudelaire o le Guignon, l’Idéal e LE HASARD di Mallarmé. Dialoganti: il solito ostaggio dell’Essenziale, confuso su cosa davvero esso sia; un Raffa-e-le ancora immaturo – sembra dirlo il balbettamento del nome – per coglierne il senso, ma forse disposto a comprenderlo; un cancelliere a cui l’ESSENZIALE appare di natura commerciale, quasi come una figurina Liebig da ottenersi con le trading stamps. Seguono poesie dal tono più spiccatamente politico, composte come interviste. Ambiente l‘osteria. Dialogo quasi tra sordi: il poeta tenta una comunicazione con un proletario (bon homme, come nell’Ancien Régime) non bene identificato (ironicamente: ‘non si può prenderlo/come fosse x-y=z’). Ma il dialogo è quasi tra sordi perché a condurre l’inchiesta, a fare il punto sulla vita sociale, è un ‘poeta bugiardo’, che asserisce di comunicare coll’intervistato e di capirlo, ma alla fine la sintesi dell’interazione (per il poeta bugiardo come per il bon homme), resta una scritta a caratteri cubitali, quasi uno slogan murario o uno striscione da comizio controrivoluzionario: ‘IO ME NE FREGO DEL PROLETARIO E MARX/ ANCHE LUI ERA IL PRIMO LUI L’EROE’, su cui il ME NE FREGO apre uno spiraglio nero.
Alla poesia successiva ancora un dialogo con un’ostessa ‘ […] che aveva un capitale in cantina’. Anche qui l’equivoco. Cambia la domanda di fondo, non è più: ‘Ma…Mamidica: cosa è l’arte?’, a conclusione del dialogo col bon homme appena citato, ma ‘Amico mio sai come si rifiuta?’. Oggetto da rifiutare, con molta probabilità, proprio il capitale, anche se la domanda potrebbe essere più generalizzata, data la risposta trasversale: ‘RIMBAUD DA NOI NON È VENUTO’. In conclusione: abbiamo fatto tutti almeno cento lire di debito, per adeguarci alla società del commercio e, per riscattarlo, attenderemo un Rimbaud comunardo del Sindacato (delle Trade Unions).
Le poesie del 1962 successive sono riflessioni o meditazioni intime sulla propria vita e sul tempo di una volta in cui ‘Il sole fece il suo movimento e io non me ne accorsi, allora’, tempo in cui il gioco di assedio o conquista della vita, pur quasi dittatoriale (‘Come Cesare’) si circoscriveva a pochi elementi o svaghi, che pure già appaiono asfissianti: la luna, una finestra, un muro di stanza al buio, uno specchio dove le mosche sostano cristallizzate, case in costruzione sotto la gru, un cristo alla parete come un cappellano, un disco a distogliere piccolo mondo e aprire al ‘ […] sapore di nuova conquista, /la vita’. Quasi immediata la reazione:
‘È ora di spezzare questa combustione/rossa sprezzante che non costruisce le case/e penetra gli ambienti e corrode le piccole sfere/di gesso dei cervelli i lobi palluti svolti/come un rettangolo’.
E subito dopo l’affermazione di una volontà di poesia integrale alla vita (‘la parte nelle parti la parte nella Parte’), dove la sola recita che conta sia quella della vera sé stessa. Mezzo per ottenerla, una totale sincerità e fedeltà alla propria identità: la lingua biforcuta ‘noi la faremo a striscioline’. Le piccole sfere dei lobi palluti saranno ridotte a luridume. Chiunque è chiamato ad unirsi a questa volontà di sincerità globale, l’appello è generale (Imagine di John Lennon la si canterà poco meno di un decennio dopo e non sarà certo tacciata d’ingenua chiamata alla fratellanza universale, come non lo era lo era quello a sentirsi coinvolto nella lotta contro l’inferno sociale e morale rivolto all’hypocrite lecteur semblable et frére di poco più di un secolo prima): ‘noi proveremo ad essere un/nugolo di moscerini’, a denotare che la funzione poetica, quando sincera, non può che essere di disturbo.
Nell’ultima poesia del 1962, come tra le quattro poesie del 1963, comincia a evidenziarsi quella tendenza ‘epicizzante’, il giudizio è di Maurizio Spatola, che si ritroverà nell’opera considerata più compiuta ‘NON SEMPRE RICORDANO’, composta e ricomposta tra il 1977 ed il 1985.
Nicky Kelly
