Kings of Convenience – Teatro dell’Antoniano – 27 Novembre 2015

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31 Luglio 2000 – Il fotografo inglese Paulo Sutch immortala a Grimseid, località costiera nei pressi di Bergen, Erlend, Ina ed Eirik per la copertina di un album che risulterà essere tra i più controversi di quel periodo.

Bologna, Teatro dell’Antoniano, 27 Novembre 2015: sono quasi le 21, la gente sta finendo di prendere posto in sala. Sul palco ci sono un divano, una sedia, un paio di sgabelli di legno, un tavolino su cui è appoggiato un mini-pianoforte, tre chitarre acustiche. Più che di un concerto sembra trattarsi di uno spettacolo teatrale, i cui protagonisti non sono tanto degli attori quanto più propriamente degli interpreti: i norvegesi Kings of Convenience (Erlend Øye and Eirik Glambek Bøe). Fabio de Luca presenta la serata, che si divide in due parti di intervista ai KoC e due parti di vero e proprio live acustico del duo di Bergen; tutta la serata è incentrata sul loro primo album Quiet Is The New Loud, uscito nel 2001 e vero e proprio manifesto della poetica dell’ “achieve more with less” (ottenere di più con meno), come dice Erlend, tematica che si approfondirà nel corso della serata.

Conoscete Platone?” esordisce Erlend. “Secondo Platone esiste un mondo ultraterreno, il mondo delle idee, perfette e eterne, di cui il mondo terreno è solo una copia imperfetta”. “Ecco”, continua Eirik, “per noi scrivere canzoni è come cercare di ricreare quel mondo perfetto, e ad ogni tentativo il risultato sarà diverso, ma mai completamente esatto. È impossibile per noi riuscire a comunicare totalmente quello che davvero vogliamo dire”.

Quiet Is The New Loud è l’album che li ha lanciati nella scena musicale internazionale, ma in realtà è il risultato di un lavoro precedente, un album omonimo registrato per la Kindercore Records, di cui 6 tracce su 10 sono state riprese e riadattate in QITNL. “Quel disco in realtà era solo una demo: QITNL è il nostro album di debutto” dice Erlend.

Il titolo dell’album è stato determinante nel loro successo. Eirik stava camminando per strada quando all’improvviso gli è venuto in mente questo statement: “quite is the new loud”. All’epoca andava di moda il “this is the new that”, e il titolo, pur essendo una sentenza con cui puoi essere d’accordo o no, si prestava a discussione, non solo da parte dei critici musicali ma dagli stessi musicisti, che in qualche modo si sentivano provocati. Infatti il mood dell’epoca (inizio anni 2000) era un mood aggressivo, quello della musica rock, dei tanti strati sonori e dei giochi di “effetti” ricreati negli studi di registrazione (che cominciavano ad offrire sempre più opzioni sonore); i KoC invece nella loro spontaneità quasi naif volevano essere “soft” di fronte al mondo. “Era come vivere alla fine della storia”, dice Erlend. “All’inizio degli anni ’90, anni della nostra adolescenza e in cui siamo cresciuti, era caduto il muro di Berlino, si era dissolta l’URSS e si prospettava un periodo di pace. Non avevamo niente contro cui opporci, o per cui combattere”. Da qui la loro naturale easiness:“devi fare il massimo che puoi con il minimo che hai”, spiegano.

A questo punto imbracciano le chitarre e cominciano a suonare il Side-A del disco. Winning A Battle, Losing The War apre le danze (o meglio l’ascolto) seguita da Toxic Girl. Per il terzo brano, Singing Softly To Me, Erlend ci invita a schioccare le dita e ad entrare nel gioco, mentre inizia a suonare il mini-pianoforte: “that’s rock!”, dice scherzando (ma forse non troppo). Prima di suonare I Don’t Know What I Can Save You From Eirik ricorda di quando lui e Erlend suonarono quella canzone nella casa dove è cresciuto, a Ulsmag, nel Natale del 1997. L’atmosfera creatasi di intimità e leggera sospensione continua con Failure e finisce con la riflessiva The Weight Of My Words, che sembra pizzicare le corde più nascoste. A questo punto Erlend ci saluta scherzando: “e adesso una breve pausa, mi raccomando ritornate a sedere nel vostro posto ordinatamente!

Dopo esserci ricomposti, l’intervista continua, ritornando sul tema del loro soft approach. Prima del 2001 (anno in cui esce QITNL) l’acustico era poco affrontato, era una scelta rara: uno dei pochi esempi era stato Unplugged dei Nirvana, ma era ancora “troppo”. Dice Eirik: “Quando suonavamo con la nostra vecchia band, gli Skog, vi era la forte tentazione di aggiungere strati, di riempire gli spazi sonori, così come tutti facevano all’epoca. Ma nel contempo sentivamo di non stare arrivando da nessuna parte. L’illuminazione è arrivata quando mia madre mi ha regalato il cd Live at Carnegie Hall di Joao Gilberto. Quella semplicità mi ha colpito profondamente: voci e chitarre, ho capito che si può rendere di più dando di meno”. È il potere della semplicità, come dice Erlend, che aggiunge: “Prendete Blood Sugar Sex Magik (1993) dei Red Hot Chili Peppers: al contrario degli altri io di quell’album ho amato soprattutto i due pezzi acustici. Molti al tempo facevano anche acustico, ma nessuno lo faceva in modo esclusivo. Ecco, noi come KoC volevamo fare un album che suonasse tutto come quelle canzoni calme che chiudono gli album”. Quello che i KoC hanno capito dai tempi degli Skog è che la batteria e le chitarre elettriche non sono necessarie per rendere un album significativo e importante.

Ci parlano poi della loro avventura negli studio di Parr Street, a Liverpool, dove registrarono QITNL e di quando il loro responsabile per la Source Records, Philippe Ascoli, voleva assolutamente che tre dei loro pezzi fossero arrangiati da un’orchestra di archi. Andarono ad Oxford, dove incontrarono il direttore d’orchestra David Whitaker (che ha lavorato con gli Stones e Marianne Faithfull): “spesero un sacco di soldi per noleggiare quell’orchestra e quello studio, ma per noi non poteva funzionare: tutti quegli archi ci sovrastavano. La nostra intenzione invece era due chitarre e due voci, stop. Abbiamo dovuto imporci per far prevalere la nostra idea, il nostro boss era un uomo molto deciso, ma alla fine ce l’abbiamo fatta” ci dice Erlend.

Sebbene suonino in acustico, confessano di avere una sorta di approccio digitale: “siamo molto ispirati dai loop della musica elettronica”, avvisa Erlend. Questi infatti si ritrovano nelle loro canzoni in veste ritmica, come in Little Kids e The Passenger. Eirik ci racconta di quando comprò un LP di un artista di musica elettronica di nome Krush: “era un 45 giri ma lo suonai a ’33: era ovviamente a una velocità rallentata ma mi piaceva ancora di più, era estremamente rilassante, molto ambient

Sebbene la loro vicinanza al genere, “la realtà è che eravamo troppo poveri e troppo pigri per la musica elettronica”, confessa Erlend. Inoltre aggiunge: “Facevamo parte della scena underground della nostra zona, frequentata anche da quelli che facevano musica elettronica, che al tempo non era ancora esplosa. Per questo la conoscevamo piuttosto bene. Da quando però la scena di musica disco underground ha cominciato a diventare famosa attorno al 2004, abbiamo cominciato a distaccarcene: non era più amichevole come una volta”.

Comincia la seconda parte di live, che inizia al ritmo di The Girl From Back Then, e continua con la simil bossa-nova di Leaning Against The Wall. Prima di Little Kids Erlend commenta: “non capisco cosa ci si trovi dei Cure in questa canzone, comunque potrebbe anche essere” (alludendo al commento del presentatore), e parte con il loop melodico/ritmico di cui si parlava prima. Per Summer On West Hill è invece Eirik che parla: “questa canzone non l’abbiamo mai suonata live, richiede una accordatura tutta particolare propria dei KoC. L’ho scritta mentre ero su un bus che mi portava da Glasgow a Newcastle, era estate e dovevo prendere il traghetto che mi avrebbe riportato a casa a Bergen. L’ultima volta che presi quel traghetto ci fu un forte temporale, con onde enormi: ci misi 29 ore a tornare. Decisi di scriverci una canzone”. Si continua con la lineare ritmica di The Passenger e finiscono con Parallel Lines: “questa canzone la dobbiamo a una nostra amica, Daisy Simons, che ne scrisse il testo e ci chiese aiuto per metterla in musica. Alla fine decise di regalarcela: la ringraziamo ancora”.

Dopo essere usciti di scena ritornano sul palco per un encore di tre pezzi, ma non prima di aver chiesto al pubblico in platea di alzarsi e venire vicino a loro, in puro spirito KoC. Homesick è la prima, seguita da Mrs. Cold e dalla famosa Misread. L’atmosfera è così intima da essere commovente: cantiamo assieme e sorridiamo, loro sono tutto fuorchè delle star. Non ti guardano dall’alto, ma negli occhi, di fronte. Questo è il contrassegno dei Kings Of Convenience: la loro semplicità disarmante.

Bianca Ferrari

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