Ci son certi momenti in cui sono veramente grato di abitare vicino al Paladozza di Bologna, non per passione del basket, ma in occasione di concerti: il pomeriggio del 28 Novembre esco per fare spesa passando davanti al palazzetto e, improvvisamente, sento la voce profonda di Tom Smith. Comprendo che stanno provando, riconosco qualche canzone, comincio ad essere indeciso se tornare ai miei acquisti o continuare ad ascoltare quel piccolo concerto āa metĆ ā. Poi mi ricordo che ho comprato i biglietti per quella sera da almeno due mesi, e me ne vado aspettando ancora con più ansia il concerto degli Editors.
Band britannica nata nel 2002 sotto altri nomi (āPilotā in principio, poi āThe Prideā, ed infine āEditorsā), ha pubblicato ben cinque album raggiungendo man mano un successo internazionale piuttosto ampio, ed anche ben meritato. Lāultimo album,Ā In dream, pubblicato il 2 ottobre 2015, dĆ anche il nome al tour europeo intrapreso da poco e che sabato scorso ĆØ giunto anche in Italia. Un album in cui scompaiono quasi del tutto le chitarre diĀ The weight of your loveĀ per far posto a sintetizzatori e a musicalitĆ più vicine alla loro terza faticaĀ In this light and on this evening, da cui proviene il loro pezzo di certo più famosoĀ Papillion. Ma anche gli album dāesordio (The black room;Ā An end has a start) non vengono trascurati, tanto che di dark e di new wave ĆØ caratterizzato anche questāultimo capitolo della loro storia.
In un freddo sabato sera, la lunga fila di gente può finalmente entrare alle 18:30 e scalpitare per i posti migliori. Intorno alle 20 compare sul palco (molto minimale e dark) la band croata āJonathanā, veramente tosta e piena di grinta. Ricordano alcune chitarre degli Editors e tonalitĆ da Depeche Mode, ma la voce del cantante li fa avvicinare al punk dei The Clash.
Finalmente alle 21 arrivano: il Paladozza pieno (il concerto ĆØ sold out) accoglie a braccia aperte gli Editors. La voce profonda di Tom apre il concerto conĀ No Harm, canzone molto evocativa dellāultimo album. Proseguono con lāimmancabileĀ SugarĀ (e con la gestualitĆ carismatica del cantante) e con un altro pezzo recente,Ā Life is a fear. Il collegamento alle loro origini musicali (Blood,Ā An end has a start,Ā All sparks) viene solo interrotto dal branoĀ Forgiveness. Sia il gruppo che il pubblico sono infervorati, il cantante continua a ringraziare in italiano dopo ogni pezzo, ed il tastierista/chitarristaĀ Elliott Williams in preda allāenfasi rischia quasi di inciampare sul palco. Poi arriva il momento della distopica Ā Eat Raw Meat = Blood Drool,Ā e a seguire ĆØ il turno di grandi pezzi da coro comeĀ The racing ratsĀ eĀ Formaldehyde. DopoĀ SalvationĀ ĆØ il turno diĀ Bones. Dallāalbum di questāultima si giunge a un momento di relax, il resto della band torna dietro il palco mentre Tom canta in acustico la toccanteĀ Smokers outside the hospital doors. Eā poi il turno dellāelettronicheĀ Bricks and mortarĀ eĀ All the kings, uno dei migliori brani dellāultimo album. Il riff di chitarra in seguito la annuncia, la famosaĀ A ton of loveĀ fa esaltare tutto il pubblico cosƬ come la bellissimaĀ Nothing, in una veste un poā più ritmata e rockeggiante. Si finisce conĀ Munich, il loro primo grande pezzo nella loro carriera musicale. Il pubblico li richiama in gran voce, e dopo un paio di minuti sono giĆ pronti per lāencore: la recenteĀ Ocean of night, lāattesissimaĀ Papillion, che fa ballare veramente tutti, ed infineĀ Marching orders, che rende il finale veramente speciale ed evocativo quanto lāinizio del concerto.
Una scaletta insomma veramente molto equilibrata, ben accolta da chi nel pubblico apprezzava tutti i loro album, presenti interamente con almeno 3-4 canzoni. Lāunica pecca lāacustica (per cui, sentendo da fuori le prove, non me lo sarei aspettato): troppa ritmica e poco spazio per le chitarre e la voce profonda di Tom. Non ĆØ stata guastata però la bellissima atmosfera, incoronata dal caloroso inchino finale della band, che speriamo torni presto nella nostra penisola. Una rock band che ha avuto tante sfumature di suono, ma che non ha mai rinunciato alla qualitĆ e alla coerenza, nelle sue tonalitĆ di dark.
Ariele Di Mario
