Teatro degli orrori. TPO Bologna.

 

ED_PRESS_4girata-e1443778068906A distanza di tre anni dall’uscita de Il Mondo Nuovo, il Teatro degli Orrori di Pierpaolo Capovilla ritornano sulla scena musicale italiana con il nuovo e omonimo album (uscito il 2 Ottobre 2015 per l’etichetta indipendente La Tempesta). A detta della band, Il Teatro degli Orrori è l’album più cattivo e incazzato di sempre, e questo hanno provato a dimostrarci l’11 Dicembre al TPO di Bologna.

La serata è aperta dal duo Bachi da Pietra, le cui sonorità rock/noir riscaldano il pubblico preparandolo alle successive ore di live: perchè si, i TDO nonostante non siano più propriamente dei giovincelli ancora riescono a dare il massimo per due ore abbondanti di live.

I TDO ci fanno sbattare la faccia dritta contro un muro sonoro, compatto e privo di spazi: ogni vuoto è stato riempito di rabbia grazie ai due nuovi membri Marcello Batelli (chitarra) e Kole Laca (tastiere), grazie a cui la band ha trovato una coesione artistica e creativa che non aveva da tempo.

Il live si apre ovviamente sulle canzoni del nuovo album, i cui testi per tematica e sfrontatezza non risultano apparentemente innovativi:Lavorare Stanca, La Paura, Disinteressati e Indifferenti già dal titolo ci suggeriscono il contenuto. Inni contro la meschinità dei padroni – “lo sanno tutti che in Finmeccanica i soldi veri li fanno con le armi / e noi qui ad amare i nostri bambini” – il qualunquismo – “Si stava meglio in galera che prigionieri della strada / a testa in giù /senza nessuna nostalgia / senza nessun rimorso / senza nessuna gioia / nessun dolore / nessun passato / nessun presente / nessun futuro” – e la paralisi dell’uomo contemporaneo di fronte a tali problematiche – “non aver pietà o rispetto per nessuno / parola d’ordine: nutrire l’avvoltoio!” urlano nella loro acida ironia. I leitmotiv sono sempre gli stessi, cambiano le parole.

Il messaggio TDO rimane quindi invariato, ed è un invito alla consapevolezza e alla rabbia per le inguisitizie del quotidiano; Pierpaolo Capovilla è ancora il profeta e l’oratore dissacrante dei primi tempi, tanto che prima di Slint ci illustra (un po’ alticcio) l’etimologia di questa parola gergale inglese, che significa letteralmente “piccolo e intenso sprazzo di luce” a cui associa il problema del TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), di cui la canzone si fa contromanifesto. Per questo brano la cattiveria lascia spazio alla pacata riflessione: “Un sottilissimo raggio di sole penetra per una fessura / illumina il buio dell’autunno del mio cuore / Ce l’avessi un po’ più grande /questo benedetto cuore / Ma è come questo corridoio di ospedali / a senso unico / senza via d’uscita”.

Il pubblico più fedele non viene deluso quando vengono suonati i vecchi cavalli di battaglia come È Colpa Mia, Due, Compagna Teresa, Majakvoskij, Io Cerco Te, Il Turbamento della Gelosia: è in questi pezzi che si vede anche la differente reazione del pubblico, che canta a squarciagola ogni pezzo e accoglie a mani alzate un Capovilla che -come d’usanza- si lancia più volte sulla folla.

Spalla del gruppo per l’occasione è il sassofonista Guglielmo Pagnozzi, che interviene in alcune digressioni sonore con il gruppo rendendo il suono complessivo un misto tra dolce e amaro parecchio interessante (e che il gruppo dovrebbe forse sfruttare di più).

Nel complesso l’ultima opera firmata TDO risulta potente ma a tratti eccessivamente pesante, e nell’ennesima invettiva non può che risultare stucchevole e ormai poco originale. L’identità del gruppo è ben salda e questo non può che essere un pregio, ma forse la tanto ostentata innovazione non risulta così efficace come auspicato.

L’esibizione si chiude con La canzone di Tom come d’usanza ad ogni live: un addio ad un amico che diventa un arrivederci al pubblico. Dopo essere uscito sudato e con le orecchie che fischiano ti ritrovi a pensare che in fondo sono sempre i soliti bastardi.

Bianca Ferrari

Parlando invece dell’aspetto tecnico si sa che il trio magico del suono di un rock show sono “cassa, rullo e voce” cioè in pratica i suoni che servono a far percepire al pubblico il ritmo e la linea melodica. Percepire è il termine esatto perché, come saprete, non c’è nulla di più soddisfacente di sentire quel sussulto nel petto ad ogni colpo di cassa; questo la gente si aspetta da un concerto (soprattutto alternative rock): la botta di cassa e la voce del cantante. Questo va di pari passo con il volume, la banale pressione sonora che è in grado di produrre il P.A (cioè l’impianto audio) del palco, e si sa, più ce n’è meglio è; ma se il P.A non è in grado di raggiungere certi volumi resta ben poco da fare, non si può pretendere che un concerto in teatro suoni come un live in uno stadio. Eh già perché bisogna anche fare i conti con la venue, cioè il luogo dove si svolge il concerto, in questo caso il TPO, sigla carica di storia locale, storia di resistenza e non solo, come ci ricorda Capovilla. In questo caso il locale non è certo dei migliori, ma c’è sicuramente di peggio: e qui sorge il mio dubbio: perché rincorrere per forza un volume che ne il locale ne il P.A sono in grado di sostenere? Mi spiego meglio: la mia sensazione è stata che il mix sia stato parecchio squilibrato, la voce pur di rimanere al di sopra del missaggio (che è semper cosa buona e giusta) è stata in distorsione (anche in maniera molto plateale, direi fastidiosa) per il 40% del set. Entrando nel tecnico, i casi sono due: o si è cercato di sopperire ad un errore di mix “stiracchiando” la voce (o meglio del guadagno del canale della voce) che nelle dinamiche più intense risultava, appunto, entrare in distorsione; oppure, cosa forse più grave si è arrivati a far clippare l’intero P.A, e quindi la voce, che era più alta nel mix, ne ha risentito maggiormente, personalmente propendo più per la prima ipotesi. Il risultato di tutto ciò è stato che il sottoscritto da grande ignorante del Teatro Degli Orrori (shame on me) non ha capito mezza parola dei magnifici testi della band. Passando invece agli altri due elementi del trio di cui sopra, cioè cassa e rullo (rullante della batteria), erano certamente ben presenti nel mix, anche se il rullante non era proprio “in faccia” come sarebbe lecito aspettarsi, i bassi della cassa si sentivano anche a metà sala e il sound generale del rum set era molto buono, insomma un bel concerto rovinato, aimhè, da un solo canale del mix, cioè quello della voce principale, croce e delizia di tutti i sound engineers che si trovano a dover operare in un locale come quello di venerdì. Mi sento in dovere di fare una menzione speciale al light designer (per gli amici luciaio) che ha creato davvero delle magnifiche atmosfere (a tratti davvero suggestive), quasi sempre in monocolore,usando con semplicità e sapienza la purtroppo ristretta dotazione in materia di luci sceniche del TPO.

Michele Baroni 

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