Edward Hopper: mostra a Bologna.

locanda

La mostra a Palazzo Fava sull’artista americano è stata inaugurata il 25 marzo e si concluderà il 24 luglio di quest’anno, interamente dedicata a lui. Lungo le sale del palazzo bolognese vi è un excursus a livello cronologico e tematico dei lavori dell’artista nell’arco della sua lunga vita (nasce nel 1882 e muore nella sua New York nel 1967, a 85 anni).

Senza far trapelare troppo della mostra e senza svelare le bellezze dei suoi lavori, le opere partono dagli studi della gioventù quando agli inizi del Novecento l’artista effettua un tour europeo, in particolare a Parigi – città di cui si innamora perdutamente e da cui prende molti spunti artistici, soprattutto da Degas, grandissimo artista impressionista – fino ad arrivare alla maturità, al ritorno nella sua amata New York e alle sue opere più famose che riprendono semplicemente la vita in questa grande metropoli, alle volte così piena di solitudine seppur in mezzo a milioni di persone.

Hopper ama dipingere la solitudine, appunto, e la luce, nel modo in cui si riflette sulle cose intorno a lui e in cui forma le figure che essa colpisce, “quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa.” (1949) e dimostrano ciò le opere di fari e case isolate della campagna americana.

E questo lo renderà, purtroppo, un artista poco amato in vita per la sua bravura e lo stile scelto. Non va dimenticato che in questi stessi anni in Europa si sviluppano le avanguardie come il cubismo e l’espressionismo e in America vi sono artisti del calibro di Pollock, che di reale e figurato, però, proprio non ha nulla, essendo tra i principali esponenti dell’astrattismo americano.

Dunque egli vivrà principalmente di grafica e illustrazioni, ma continua per amor suo a dipingere ciò che gli piace, ed è solo verso la fine del 1950 che le avanguardie passano di moda e si ritorna a studi di massa, come la Pop Art di Wahrol, quando, ormai vecchio, crea le sue ultime creazioni meravigliose.

In 60 opere, la mostra vuole riportare in vita un artista fin troppo poco stimato e studiato, dal mio personale punto di vista, fedele a se stesso, al suo gusto americano e creatore di una tradizione che non riguarda le avanguardie europee influenzate dalle guerre e dalle vicissitudini di metà Novecento. Creatore di scene che sembrano rubate da un film e che vogliono raccontarti una storia piena di suspance, è stato influenzato e a sua volta ha influenzato la cinematografia e la letteratura, travolgendo quegli anni americani.

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Agnese Monari

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