The Get Down – Hip-Hop in chiave kitsch

 

Regia: Baz Luhrmann

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Guardando l’interminabile episodio pilota di The Get Down ho tirato un sospiro di sconforto temendo di trovarmi di fronte ad un flop come Vinyl (mannaggiascorsese e alle due ore di pilota). La puntata, che dura un’ora e mezza, viene introdotta da Ezekiel “Zeke” Figueiro (Justice Smith), rapper affermato negli anni ’90, che si esibisce raccontando in rime la sua storia e trasportandoci nel South Bronx, anno 1977, tra palazzi in fiamme, criminalità ed un affiatato gruppo di adolescenti uniti dal sogno di diventare qualcuno nonostante le difficoltà del quartiere che li circonda. Poeta in erba, Zeke  è innamorato di Mylene (Herizen Guardiola), figlia del pastore Ramon Cruz (Giancarlo Esposito) e aspirante cantante della disco music (esatto, ritroviamo il cliché della musica del diavolo). Le splendide rime del paroliere – seppur strattonate dalla sua timidezza – ci accompagnano da subito per raccontarci una storia d’amore non corrisposto ma troppo forte per essere represso nella gabbia del cuore.

“Puoi anche uccidermi ma non mi sconfiggerai perché io ho l’amore.”

A scenografare questa romantica vicenda vi sono i graffiti di Marcus “Dizzee” Kipling (Jaden Smith), Ra-Ra Kipling (Skylan Brooks) e Boo-Boo (T.J. Brown Jr.), il resto della compagnia.

Mylene decide di recarsi in una delle discoteche meno raccomandabili della città, Les Inferno, per incontrare Dj Malibu e consegnargli la sua cassetta ed Ezekiel riesce ad imbucarsi per tenerla d’occhio. Purtroppo la ragazzina attira l’attenzione del boss Cadillac (Yahya Abdul-Mateen II) e, tra mille peripezie, accompagnato da musica punk, disco e hip hop, rivalità e pistole, The Get Down inizia!

Poco dopo, grazie al mitico writer ed aspirante DJ Shaolin Fantastic (Shameik Moore), ci troveremo in un locale nascosto con b-boys, MC e Dj – da notare Mamoudou Athie che interpreta Grandmaster Flash – in cui i giovani inizieranno a cercare di occupare il proprio posto d’onore nelle quattro discipline dell’hip-hop.

 

Gli attori, i ragazzi in particolare, sono abili e misurati. Le scenografie, curate splendidamente, ci permettono di viaggiare tra lo sfarzo luminoso e barocco – si parla pur sempre di Luhrmann – degli ambienti di lusso, all’opacità delle macerie, degli edifici in fiamme e la modestia accatastata delle case del South Bronx degli anni ’70.

Lo stile kitsch del regista della Red Curtain Trilogy, la sceneggiatura di Catherine Martin, Stephen Adly Guirgis, dello storico dell’hip-hop Nelson George, ma soprattutto di tre pioneri come Grandmaster Flash, DJ Kool Herc e Afrika Bambaataa, ci regalano una serie TV che – specie se l’hip-hop lo si ha nel cuore – fa venire la pelle d’oca e commuove.

The Get Down è una storia di speranza e di riscatto, è memoria collettiva, è sentimento per la musica e per un’epoca.

Che dire, big up!

Elena Novarese

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