MINE

“Mine” è il film d’esordio della coppia di registi italiani Fabio Guaglione e Fabio Resinaro (sotto la sigla Fabio & Fabio): si tratta di una produzione italo americana con Armie Hammer e Tom Cullen.

La trama del film è estremamente semplice, ma abbastanza accattivante per attirare l’attenzione di chiunque: un soldato americano, durante una missione, si perde nel deserto e inavvertitamente mette il piede su una mina antiuomo. Non può quindi muoversi dalla posizione, altrimenti salterà in aria. Dopo aver recuperato la sua radio, scopre dai superiori che dovrà aspettare 52 ore prima dell’arrivo dei soccorsi.

La domanda drammaturgica che sorge spontanea è: riuscirà il nostro eroe a cavarsela per più di due giorni nel deserto rimanendo praticamente immobile? Io mi sono subito incuriosito pensando a come può essere difficile rendere bene una trama così minimale in un lungometraggio. Ebbene, sono stato piacevolmente sorpreso dalla bravura dei “due Fabio”, che sono riusciti magistralmente in un’impresa così ardua e qui vi propongo una breve recensione, cercando di essere più chiaro possibile senza rivelare troppo sul film.

Innanzitutto il titolo ha un doppio significato (se non triplo, pensando che anche in italiano mantiene il senso) di “mina” e di “mio” e fornisce quindi sin da subito una chiave di lettura: il gioco di parole viene poi ripreso in un sapiente uso con una precisa canzone a metà film. L’apertura è indubbiamente il momento più debole del film e anche fastidioso, in certi momenti, soprattutto per i dialoghi non proprio brillanti tra il protagonista Mike (Armie Hammer) e il suo compagno Tommy (Tom Cullen).

Anche la scelta di mettere in scena un cecchino che finisce nei guai a causa dalla sua stessa coscienza può suonare già visto e assimilato. Ma non lasciatevi ingannare, perché dopo la partenza un po’ fiacca il film recupera con gli interessi mettendo in scena non un war movie (pur lasciando sullo sfondo la guerra e le vittime delle mine) ma un vero e proprio thriller psicologico con una forte componente onirica e simbolica che, benché esplicita (e esplicitata da alcuni personaggi), non perde mai la sua efficacia e non risulta mai ridondante. Tutto ciò che succede nel film ha un significato preciso e il messaggio che vogliono lanciare i registi allo spettatore è perfettamente comprensibile, grazie a questa splendida messa in scena onirica “spiegata”.

“Mine” non è un film sulla sopravvivenza nel deserto, ma sulla sopravvivenza a se stessi, e oserei dire che è anche un film sulle debolezze del genere maschile. La regia è spettacolare, da sottolineare soprattutto le scene notturne ansiogene e i momenti più onirici resi perfettamente grazie anche a un impeccabile uso degli effetti speciali e del montaggio. Mine fa parte di una possibile nuova onda del cinema italiano che guarda all’America, come “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti, e entrambi sono lungi dall’essere delle becere americanate. Best Movie ha avuto il coraggio di affiancarlo in maniera assolutamente inappropriata ad “American Sniper” e opinioni così fuori luogo e fuorvianti sono pericolose, perché potrebbero portare una parte di pubblico che non ama i war movie a etichettare “Mine” come tale, quando invece siamo di fronte a una perla del nuovo cinema italiano dove la guerra è tutta dentro di noi.

Marco Andreotti

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