CAFE’ SOCIETY

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Regia: Woody Allen

Fotografia: Vittorio Storaro

Entro nel cinema con passo cauto. È sempre così quando si tratta di Woody. Non sono mai stato un estimatore delle sue ultime opere, che percepisco lontane anni luce dall’ironia tagliente degli inizi, anche se, ovviamente, figlie della stessa arte.

L’Allen maturo è più romantico, più sofisticato da un punto di vista fotografico e, se possibile, ancora più bohémien, ma non per questo meno gradevole.

Café society non solo è un ritorno alla riflessione sul ruolo dell’autore e di Hollywood, presente da film come Stardust memories(1980), fino ad arrivare a pellicole più recenti come Midnight in Paris(2011), ma è soprattutto una prova di stile superata a pieni voti.

 

Il film segue le vicende della famiglia Dorfman-Stern tra Los Angeles e New York, ma, come sempre, le vicende quotidiane nascondono un universo di critiche grandi e piccole alla società borghese e all’universo hollywoodiano.

Nel vasto panorama di star che si sono prestate a ruoli più o meno rilevanti e in sipari dai risvolti comici, non tutti i protagonisti sono riusciti a spiccare, nonostante, secondo la mia opinione, questa fosse l’intenzione effettiva del regista.

 

Jesse Eisenberg è Bobby, giovane newyorkese timido e impacciato alla ricerca di una svolta che nella sua immaginazione è rappresentata da Los Angeles e dallo zio Phil (Steve Carrell). Come ogni altro alter ego di Woody Allen, Bobby è una parodia di se stesso, incapace di comprendere le persone e preda dei suoi continui errori dettati dalle incomprensioni e dall’ingenuità.

Kristen Stewart è Vonnie, primo grande amore di Bobby e amante di Phil. Lo stile recitativo della Stewart è perfettamente adatto a descrivere un personaggio doppio, falso, incapace di gestire le proprie emozioni e costretto a rifugiarsi nei sogni.

Lo zio Phil, dal canto suo, è un uomo consumato dal lavoro e dalla stessa Hollywood, non sa quello che vuole e non sa fare altro che lavorare, gestendo di conseguenza le proprie relazioni, sentimentali e non.

 

Staccandosi dai personaggi e dalla trama, che nel concreto non aggiungono niente di nuovo al panorama cinematografico Alleniano, sicuramente la fotografia di Vittorio Storaro e i costumi di Suzy Benzinger (che ha già accompagnato più volte il regista) sono stati in grado di creare un piccolo gioiello di positività, che a tratti richiama il cinema più recente di Wes Anderson e il suo magistrale utilizzo dei toni pastello, trascinando lo spettatore in un passato edulcorato, anche solo per qualche ora.

Antonio Berardone

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