Bon Iver – 22, A Million (Review) [Jagjaguar, 2016]

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Justin Vernon (aka Bon Iver) torna con un nuovo album e un sound inaspettato, ma dietro i manierismi elettronici e gli arrangiamenti artificiali vi sono storie di profonda incertezza.

 

Bon Iver è un progetto musicale/band ideato dal songwriter e polistrumentista Justin Vernon. Il cantautore entra nel mercato discografico nel 2007, quando, dopo un periodo di completa solitudine fra le montagne del Wisconsin, pubblica il debut album For Emma, Forever Ago, un disco folk sull’impronta dei grandi cantautori americani. Con il secondo disco, omonimo, arriva la conferma artistica; ma, con il terzo progetto, Vernon cambia direzione, entrando nei meandri dell’electrofolk e del glitch pop.

 

L’album è apparentemente un’accozzaglia di sample e voci pesantemente modificate e anche la forma di scrittura non è più la classica verse-chorus-verse, cosa che rende il tutto ancora più complesso da identificare. Ma, oltre i manierismi elettronici, vi sono dei testi molto personali su come andare avanti nei momenti disorientanti, e Vernon, di tanto in tanto, ricorre all’uso di terminologie bibliche e sample di canti Gospel (come in brani quali 33 “GOD” e 666 ʇ), per alimentare questo “senso di impotenza dinanzi alle vicissitudini della vita”. I brani si susseguono l’uno dopo l’altro quasi senza una soluzione di continuità, scelta che, in questo caso, rappresenta un problema, perché, come detto, nella maggioranza dei casi non viene esposta un’idea per poi essere sviluppata, ma essa rimane “sospesa”, irrisolta.

 

8 (circle) è sicuramente il brano più convenzionalmente scritto e rappresenta bene l’anello di congiunzione fra i precedenti album più cantautoriali e la svolta sperimentale di 22, A Million. Ma può bastare?

 

In un modo o nell’altro, la cover dell’album, un mucchio di piccoli simboli dal dubbio significato, rappresenta al meglio l’essenza di questo disco: un insieme, si potrebbe dire poco sviluppato, di canzoni che vagamente ricordano lavori a cui James Blake ci ha abituati da tempo. Ciononostante, il senso di disarmante impotenza, di profonda malinconia che pervade questo album lo rende in qualche modo peculiare nel suo genere e rende bene ciò che Justin Vernon meglio sa fare, ovvero scrivere testi profondi, emotivi o emozionali.

 

Il disco non sarà di certo una pietra miliare nell’evoluzione della pop music, e nemmeno il più coerentemente scritto, prodotto e mixato, fra le uscite dell’anno; ma è un bel progetto, che vale sicuramente l’ascolto.

 

★ ★ ★ ☆ ☆                                                                                                              Lorenzo Cugnata

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