In guerra per amore

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Pierfrancesco Diliberto, Pif, dopo il suo esordio cinematografico con La mafia uccide solo destate, torna come regista e come attore nei panni del giovane Arturo Giammarresi, palermitano d’origine, ma trapiantato in America. Arturo è goffo, ingenuo e perdutamente innamorato della bella Flora, interpretata da Miriam Leone. Lei è la nipote del suo datore di lavoro ed è già promessa sposa ad un uomo che non ama, figlio del braccio destro del grande capo mafioso americano Lucky Luciano. L’unica soluzione per salvare la loro storia d’amore è andare a chiedere la mano direttamente al padre di lei, che si trova a Crisafulli in Sicilia. La vicenda è ambientata nel 1943: l’unico problema è che in Italia è in corso “…solo la Seconda Guerra Mondiale”. Grazie a un colpo di fortuna, Arturo viene arruolato nell’esercito americano, che cerca proprio dei siciliani in vista dello sbarco nell’isola.

Arturo, precipitando dal cielo a cavallo d’un asino, conoscerà il suo superiore, il luogotenente Catelli (Andrea Di Stefano), che, al contrario del Comandante Maone (Vincent Riotta), si ribellerà al nascente accordo tra americani e mafiosi, e ciò porterà alla rinascita del loro potere come dal famoso detto “il nemico del mio nemico è mio amico”. Scrive in seguito una lettera a Roosevelt per denunciare ciò che sta accadendo sotto i suoi occhi: “il problema della mafia”.  Infatti, allo sbarco, tra il comandante americano e il capo mafioso di Crisafulli Don Calò (Maurizio Marchetti), è già saldo il patto di collaborazione per liberare la Sicilia dalla dittatura fascista, avendo come ricompensa la possibilità di instaurare un dominio mafioso sull’isola, celandosi dietro il nuovo partito: la Democrazia Cristiana.

Da osservare con attenzione è la cura dei dettagli, dagli abiti alle pettinature, fino ai murales raffiguranti il broncio di Mussolini presente per tutto il film. Ancora una volta, al fianco di Pif troviamo come direttore della fotografia Roberto Forza, mentre la scenografia è curata da Marcello Di Carlo. È importante anche il gioco delle luci, come, ad esempio, quando gli abitanti del paese corrono per nascondersi nel rifugio anti bomba e l’immagine, prima a colori, improvvisamente diventa in bianco e nero, richiamando così lo stato d’animo dei paesani. Anche la sceneggiatura, ricca di dialettismi, è abilmente studiata da Pif. Scritta insieme a Michele Astori e Marco Martani, è esagerata nei respiri e scarsa nella sua costituzione.

Il paese Crisafulli, inventato da Pif, che ha ricostruito attraverso il fotomontaggio un’Erice posta sulla cima della Scala dei Turchi e in vicinanza delle saline, vedrà anche dominare la scena il piccolo Sebastiano (Samuele Segreto) e il duo siciliano composto da Saro (Sergio Vespertino) e Mimmo (Maurizio Bologna), già insieme nel precedente film di Pif. Un duo elettrizzante al quale, nel film, il regista lascia un ampio spazio espressivo.

Le loro vite servono per sottolineare tutti gli stereotipi tipici della mentalità siciliana di quegli anni. Sono personaggi che, nonostante siano alleggeriti da una vena ironica (che vagamente ricorda Monicelli e Sordi nel film Il Marchese del Grillo) racchiudono dilanianti tormenti, e, dopo il raggelante monologo di Don Calò, diventato sindaco di Crisafulli, fanno sfumare ogni speranza di salvezza per quelle vite.

Il film lascia così lo spettatore inerme, ma con il compito di riflettere su tematiche che ancora oggi affliggono il nostro paese.

Carolina Minguzzi

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