Alessandra Cecchini e Familiari sconosciuti

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Una volta una mia cara amica mi ha detto: “Per essere una brava curatrice, devi essere in sintonia con gli artisti che scegli.” Queste parole tornano alla mia mente ogni volta che preparo un nuovo progetto, e spesso, più che essermi utili, gettano in me ombre di dubbio finché non arriva un artista i cui pensieri e riflessioni sono l’esatto specchio di quelli cui auspichi, che ti sconvolge con la sua profondità emotiva e ti regala un vero e proprio viaggio nei ricordi. E tu sai che questa è la sintonia così tanto cercata, alla quale non sai resistere, e che ti convince a curare una mostra con un forte impatto emotivo e un sapore di intimità.

L’artista Alessandra Cecchini si interroga sulla natura della memoria collettiva e al tempo stesso sulla sua effettiva esistenza. Il vero fil rouge della sua poetica è appunto l’importanza della memoria e l’impossibilità di ricordare tutto: il ricordo che svanisce, il ricordo che muta con il passare del tempo e diventa dunque evanescente.

L’intervista fa parte del catalogo della mostra Familiari sconosciuti a cura di Jana Liskova tenutasi a settembre presso la galleria Seven’s.bo a Bologna.

Nelle tue opere d’arte ti riferisci spesso al passato, alla mancanza, al ricordo che presenti con molta sensibilità. A queste scelte corrisponde sicuramente un’esplorazione esistenziale, una ricerca in prima persona, che hai applicato anche alla serie Familiari sconosciuti. Chi sono queste persone ritratte e cosa rappresentano per te?

Familiari sconosciuti è una serie senza fine e senza confini, che nasce da una valigetta appartenuta alla mia nonna paterna, che non ho mai conosciuto. Al suo interno c’è di tutto: fotografie, biglietti di auguri, piccoli album, foto in memoria di persone defunte, cartoline. Tanti souvenir di un passato lontano, tramite i quali posso conoscere dettagli di vite remote, immaginare storie. Dei vari volti che ho incontrato e ridisegnato, molti sono di persone di cui non conosco l’identità; poi ce ne sono altri, di persone identificabili, riconoscibili, ma che non ho mai conosciuto.

Per noi oggi è difficile immaginare di non riconoscerci in una fotografia, ma in un passato non troppo lontano, quando di foto se ne scattavano poche, si stampavano e poi andavano a finire sul fondo di qualche cassetto, era possibile perdere una fotografia, non rivederla mai più o ritrovarla dopo tanto tempo. Non c’erano tag, non c’erano didascalie, non c’era alta definizione. A volte sul retro c’era un nome, un piccolo appunto, un messaggio, ma altre volte le foto erano silenziose, sgualcite, di piccolo formato, e i volti in un attimo diventavano macchie indecifrabili e le identità ad essi collegate qualcosa di molto labile.

A proposito, pensi che l’essere continuamente bombardati da immagini attraverso i media e i social possa influire in futuro sulla fruizione dell’arte?

Penso che ogni cosa che riguarda la società vada ad influire inevitabilmente sul mondo dell’arte in generale. Già Baudrillard, riferendosi ai reality show, parlava di una banalità dell’immagine che raggiunge la banalità della vita, di visibilità integrale, di un’esposizione continua della propria vita quotidiana, di sovraesposizione dell’informazione. Oggi, con i social network siamo tutti coinvolti e, passivamente esposti al controllo, ci ritroviamo in una condizione di contemplazione che spesso riguarda la nostra stessa vita, o meglio il nostro doppio virtuale, quello che vive all’interno di facebook, instagram ecc. Tutti dentro a comunità virtuali, ed ognuno isolato rispetto all’altro; si tratta di uno scenario tanto affascinante, quanto spaventoso.

Per quanto riguarda la fruizione dell’opera, però, penso che alcune cose stiano evolvendo in positivo. Innanzitutto, c’è un interesse crescente per l’arte contemporanea e per le arti in generale da parte dei non addetti ai lavori; i musei tornano ad interessare un pubblico giovane, si rinnovano, cambiano aspetto e aggiornano di pari passo le proprie piattaforme online. Penso per esempio alla Galleria Nazionale di Roma e al grande lavoro che c’è dietro ad un cambiamento di aspetto, tanto discusso, tanto criticato, ma che ha messo in evidenza un nuovo modo di percepire ed esperire il museo.

Una delle opere esposte si chiama Quanta paura di dimenticare: cos‘è che non vorresti mai dimenticare? Cercare di dimenticare qualcosa o qualcuno non rende più facile affrontare la vita?

Penso che siano importanti entrambe le cose. Memoria ed oblio sono due parti di un tutto, insieme formano un equilibrio imprescindibile per l’essere umano. Ci sono però alcune cose che ho paura di dimenticare.  Ecco, ci sono degli occhi, delle mani, delle musiche fatte di risate e di voci, dei piccoli segni sulla pelle, un particolare modo di gesticolare e di stare al mondo, alcune storie che ho sentito da bambina, alcuni colori, alcuni luoghi che vorrei non dimenticare. Eppure so che un giorno queste immagini diventeranno confuse, sbiadite e si andranno inevitabilmente a sovrappore ad altre. E allora un volto, un sorriso, quel particolare punto di celeste di una camicia, quelle lievi increspature della pelle, per me da sempre intese come indimenticabili, si confonderanno con altre immagini e altre ancora; perderò questi contorni nitidi, questa precisa immagine che ora ho nella mia testa. Se ci si ferma un attimo a pensare, in alcuni casi  questo appuntamento con l’oblio sembra intollerabile.

Immaginiamo per un attimo il cervello come una cassettiera: aprendo il cassetto delle mostre visitate, ce n’è una che non dimenticherai mai?

Una mostra di Boltanski che ho visto a Berlino nel 2013, alla Kewenig Galerie. Vedere alcune opere d’arte dal vivo è sempre importante per capirne la vera natura. Credo molto in questo tipo di incontri.

Continuando su questa scia immaginaria, se fossi una collezionista d’arte, quali opere non potrebbero mai mancare nella tua collezione ideale?

Ogni tanto faccio questo gioco, e immagino una casa in stile Peggy Guggenheim! Se dovessi scegliere tre pezzi dal passato vorrei assolutamente Mainstenant le vide di Giacometti, la serie Los desastres de la guerra di Goya e 32 mq di mare circa di Pino Pascali. Ma se ne avessi la possibilità, mi piacerebbe comunque sostenere i giovani artisti, l’arte del nostro tempo. Penso ce ne sia davvero bisogno.

Essere artista o fare l’artista?

Essere, ma oggi mi sembra che la preoccupazione principale sia quella di apparire.

                                                                                                                         Jana Liskova

 

 

 

 

 

Alessandra Cecchini nasce a Rieti nel 1990. Nel 2014 si diploma in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea intitolata ”Memoria Labile” e riguardante la memoria e il suo doppio, l’oblio e il rapporto di questi con le poetiche di molti artisti della contemporaneità. Si laurea successivamente in Pittura, presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, con la tesi ”Being There. L’arte ai tempi di contemplazione” e partecipa a numerose mostre collettive rimanendo fedele alle tematiche a lei care: la memoria e il ricordo. Attualmente frequenta il corso CFA Curatore museale e di eventi presso IED –  Istituto Europeo di Design.

 

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