THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI

 

Come la protesta può cambiare soprattutto chi la agisce

 

Presentato alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia dove ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è il terzo film del drammaturgo e regista inglese Martin McDonagh (Sette Psicopatici, In Bruges), sicuramente quello che ha avuto più risonanza ma anche da molti riconosciuto come il più riuscito.

 

La vicenda, come indica il titolo, si svolge a Ebbing, Missouri: una piccola cittadina della provincia americana che si fa emblematica portatrice di temi e problemi particolarmente rilevanti per il punto storico in cui ci troviamo. Si ok, quante volte avete sentito questa frase e questa argomentazione, magari detta in modi diversi? Tantissime. Per quanti film si può dire davvero appropriata? Pochi. Sto parlando di quei film che sono rimasti nell’immaginario collettivo, impressionandolo, e che ancora oggi continuano ad essere punti di riferimento e luoghi di riflessione attiva. Sto osando dire che tra questi potrebbe aggiungersi anche Three Billboards. Cosa me lo dice? Tutti i premi che sta vincendo in questo periodo pre-Oscar (dove tra l’altro ha sette nominations), dai Globes ai Baftas passando per i Saga Awards? Potrebbe, ma non penso sia un elemento così significativo. Di sicuro è un elemento notevole. Me lo dicono le ottime statistiche su Rotten Tomatoes e Metacritic? No. Me lo dice più di tutto questo: il fatto che il film abbia ispirato i mezzi di una protesta sociale nel mondo reale, ovvero la protesta contro l’immobilismo delle autorità riguardo le indagini sull’incendio alla Grenfell Tower di Londra, dove hanno perso la vita 71 persone. Ecco come il cinema può ancora incidere sulla realtà.

 

Three Billboards è un film che funziona. Emoziona, fa riflettere, e come si è visto parla alle coscienze di molti. Parla di tante cose, e ne parla in modo articolato e mai univoco.

La protagonista è Mildred Hayes (Frances McDormand) madre di una ragazza violentata e uccisa. All’inizio del film capiamo che la vicenda è accaduta da circa da sette mesi ma la polizia non ha ancora scoperto niente, lasciando Mildred senza risposte e nemmeno possibili piste di indagine. Mildred, abbandonata dalle istituzioni, decide allora di agire privatamente affittando tre manifesti dismessi fuori Ebbing e facendoci scrivere sopra domande provocatorie dirette al capo della polizia di Ebbing, l’agente Willoughby (Woody Harrelson). Questa azione rompe l’equilibrio e la stasi iniziale innescando le reazioni della polizia, della tv, della comunità locale (il prete che fa visita a casa di Mildred, il dentista, i compagni di scuola del figlio, tutte persone che Mildred annienta una dopo l’altra sia con la sua lingua lunga e la sua faccia tosta, sia con la sua violenza fisica) e anche delle persone a lei più vicine (il figlio, l’ex marito). Tutti contro Mildred e Mildred contro tutti, ma soprattutto contro Willoughby prima e l’agente Dixon poi.

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Se intendiamo Three Billboards come principalmente un film sulla protesta – filtrato dal genere della black comedy – vediamo che ogni personaggio ha una sua protesta personale e ognuna di queste si intreccia inevitabilmente con quella di qualcun altro. Se la protesta di Mildred è chiaramente quella contro la polizia, quella di Willoughby è forse quella contro l’impotenza della malattia (e che si esplicita nel suo gesto estremo ma di più totale controllo). A queste più plateali e di ampio respiro si accosta la protesta di scala più piccola (ma più piccola solo in quanto a risonanza) dell’agente Dixon (Sam Rockwell), che lotta a modo suo contro l’essere continuamente etichettato come razzista, ignorante, incapace, mammone.

McDonagh ci dice che protestare è giusto. Arrabbiarsi è giusto. Reagire è giusto. Ma quando la protesta sfocia in violenza, si perde la bussola (se si arriva alla violenza anzi si è già persa): e infatti Mildred dà da fuoco alla centrale di polizia e Dixon defenestra il pubblicitario Red. Attenzione però: McDonagh non fa della perdita di controllo una condanna, e proprio questo difficile distinguo rende il film estremamente intelligente. In Three Billboards infatti nessuno che porti avanti il racconto, in particolare Mildred e Dixon, svolge una sola funzione (buono/cattivo, alleato/nemico, composto/violento) ma si fa portatore di diverse complessità, complessità tra l’altro credibili e ben costruite (tramite sia i gesti che le parole). Questa complessità, dicevo, fa in modo che ogni gesto – anche quello più estremo – sia comprensibile sotto diversi aspetti e non visto come una semplice affermazione di una istanza, facendo così esercitare lo spettatore alla critica e al ragionamento. Per questo Three Billboards è un film prettamente di sceneggiatura (e qua si vede il McDonagh drammaturgo), dove la regia non fa che accentuare ciò che è già stato costruito, non ostruendolo ma enfatizzandolo. Il momento più alto del film, detto questo, non può che essere il momento in cui si scontrano queste due complessità, e McDonagh lo sa benissimo: infatti è proprio quando Mildred compie il suo più grande gesto che McDonagh gli fa corrispondere il più grande gesto di Dixon: Mildred fa la cosa peggiore che potesse fare, e Dixon contemporaneamente fa la cosa migliore che potesse fare. Questo lega indissolubilmente i due personaggi, che scoprono uno nell’altro – e noi con loro – qualcosa di nuovo rispetto all’inizio. Se in Dixon scopriamo la volontà di fare bene (che sia per sé stesso o per gli altri, questo non importa), rispetto a un personaggio che all’inizio ci sembrava tutto fuorché ben intenzionato, in Mildred scopriamo che quando le istituzioni sono assenti la giustizia privata, carica di rabbia, può fare molto male, rischiando di perdere la sua validità. E allora avviene un cambio di paradigma: Mildred da questo punto rivedrà le sue convinzioni e i suoi metodi, e anche il razzista Dixon potrà diventare un eroe.

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Ogni personaggio ha spazio per la propria affermazione e la propria redenzione. Ognuno agisce e se ne prende la totale responsabilità. Questo, in fin dei conti, è forse se non il migliore, un mondo per lo meno auspicabile. Dove ognuno sbaglia, ma poi impara. Dove ogni gesto, per quanto giusto o sbagliato possa sembrare all’inizio, racchiude tante motivazioni che vanno indagate, mai superficialmente ma con attenzione ed empatia.
Con quest’opera McDonagh, attraverso il percorso dei suoi personaggi, ci dimostra quindi che nella realtà delle relazioni le petizioni di principio sono inutili poiché ogni cosa può diventare il suo contrario. Che, banalmente, ogni situazione va indagata nella sua particolarità. Che agire è giusto. Che protestare è giusto. Che comprendere è giustissimo.

 

Bianca Ferrari

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